Era il 7 marzo 1991. A Brindisi sbarcava la nave della speranza con a bordo circa 25 mila albanesi che lasciavano la loro terra con la speranza in un futuro migliore e per risolvere, una volta e per tutte, un passato carico di diritti negati e di autarchia culturale.
Infatti, durante il regime di Enver Hoxha era vietato persino ascoltare la musica rock in voga negli anni Ottanta, leggere i filosofi come Sartre o lasciare il paese: la maggioranza di chi ci aveva provato era stato uccisa sul confine con conseguenze atroci anche sulle famiglie che venivano internate e costrette ai lavori forzati.
Tuttavia, era rimasta una finestra aperta sul mondo occidentale grazie alla televisione che trasmetteva i canali italiani. Così, gli albanesi, tra una programma tv e un altro, avevano seguito con ansia la tragica vicenda di Alfredino, il bambino che trovò la morte dopo la caduta dentro un pozzo, visto tutte le puntate della serie televisiva La Piovra e ascoltato le canzoni del Festival di San Remo, costruendo anche grazie alle pubblicità dal mood familiare di noti marchi italiani, il mito del bel paese accogliente e benestante come i media lo mostravano.
Dunque, non appena fu possibile, sfruttando i meccanismi storici che si attivarono dopo la caduta del muro di Berlino, gli albanesi seguirono la scia degli spostamenti umani e frantumarono l’ennesima barriera tra il mondo occidentale e le dittature comuniste. Ed ecco che ancora una volta, come era già successo nel XV secolo, e anche prima, gli albanesi recitavano la parte degli esuli nel copione scritto dalla Storia che si ripeteva dopo cinquecento anni. Gli albanesi si affacciarono al nuovo millennio percorrendo la stessa via che gli arbëreshë, loro fratelli di sangue, seguirono cinquecento anni prima dopo la morte di Skanderbeg per fuggire al dominio del sultano Maometto II che nel 1453 aveva conquistato Costantinopoli. Quindi, Nietzsche aveva ragione: il tempo è circolare e l’uomo è destinato a errare lungo la circonferenza di questo cerchio che è l’esistenza.
Una volta giunti a Brindisi gli albanesi ricevettero supporto dalla Caritas e dagli abitanti perché lo Stato italiano non era in possesso di una strategia per gestire uno sbarco di persone dal numero così consistente. Per dare rifugio agli esuli albanesi furono aperte le porte di parrocchie, scuole, sedi di associazioni e partiti. Non mancarono neppure le famiglie brindisine che accolsero gli albanesi nelle loro case.
Oggi gli albanesi residenti nel nostro paese sono circa 400 mila. Molti di coloro che sbarcarono a Brindisi sono riusciti a costruirsi una vita e delle carriere professionali di alto profilo. Quindi, tutto sommato, ne è valsa la pena attraversare il mare in quei giorni di inizio marzo. Questo dimostra, ancor di più e se ce ne fosse bisogno, il valore dell’accoglienza e di come da una storia triste possano sbocciare numerose storie di successo.