Come e quanto hanno giocato gli italiani durante il lockdown? I risultati di uno studio del CNR

Nell’universo del gioco d’azzardo, il Coronavirus si è abbattuto come un macigno. Bloccando, è noto, un po’ tutto: nel mondo del gioco fisico, con un lockdown penalizzante al massimo e in molti casi terminato ben oltre la metà di giugno, in piena Fase 3. Ma anche nel gioco online. Sono questi i dati di fatto emersi da una ricerca condotta dal CNR-ICF e guidata dalla ricercatrice Sabrina Molinaro, intenta ad indagare la propensione al gioco d’azzardo degli italiani durante il lockdown. Un verdetto chiaro ed inequivocabile. Ma come mai si è giunti a questo risultato, per molti inaspettato?

Secondo i risultati ottenuti dallo studio CNR, raccolti in una infografica da Gaming Insider, il gioco fisico è rallentato per ovvie ragioni, legate allo stop generale. Ma l’online, che protagonista della pandemia è stato eccome, ha registrato comunque bruschi ed imprevisti cali: un po’ per il blocco sugli sport, un po’ per lo stop delle scommesse sportive, che della filiera online rappresentano un po’ la ciliegina sulla torta. Questo porta ad un’altra conclusione: la migrazione dal fisico all’online, annunciata e sbandierata, si è risolta in una bolla di sapone. Un passaggio di consegne, insomma, non c’è stato affatto. Per cui il “profilo del giocatore” sia rimasto quasi del tutto immutato: chi giocava online ha continuato, chi non lo faceva non ha cominciato.

E chi l’ha fatto, invece, solo in minima parte. I soggetti più attratti dal gioco sono gli stessi, di sesso maschile, con età compresa tra i 30 e i 50 anni. La maggioranza della raccolta dei giochi, invece, arriva dagli apparecchi da intrattenimento, che hanno dunque deciso la “minor spesa” sul gioco online. Nel gioco fisico invece si conferma il trend di spesa: una media di circa dieci euro, anche all’indomani delle riaperture di sale giochi e scommesse. Una denuncia chiara, da parte di Molinaro, di come il mercato non sia ancora ripartito del tutto. Chi gioca, per la maggiore, lo fa in modo sano e responsabile.

Se esiste un rischio, è solo per chi di per sé vive già delle fragilità. Il 41% della popolazione adulta e maggiorenne in Italia, gioca solo una volta l’anno. Esclusi questi, emerge che solo un 3% presenta profili di rischio in qualche modo associabili a fenomeni di ludopatia. Quota minoritaria di cui c’è da tener conto. Quello del GAP (Gioco d’azzardo patologico) è un tema molto importante e sentito: da una ricerca su Google Trends con la keyword di cui sopra si nota che la parola ha avuto un interesse crescente nel tempo, in particolar modo in Molise (100%), Abruzzo (95%), Umbria (89%), Calabria (68%) e Sardegna (65%).

Spazio anche ai giovani nei risultati del CNR. Secondo Sabrina Molinaro i ragazzi di età compresa tra i 15 e i 19 anni hanno aumentato il loro approccio ai videogiochi e al mondo dei giochi online in generale, andati per la maggiore nel periodo di quarantena. Tutti svaghi senza vincite in denaro. 

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