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Quando una persona cara muore …

Monreale, 2 novembre 2018 – Quando una persona cara muore, il dolore e lo smarrimento diventano tangibili e spesso devastanti: ci manca tremendamente la sua voce, ci sembra intollerabile non poterla più guardare negli occhi, ma, soprattutto viene meno un sostegno emotivo cui eravamo abituati. Allora diventa naturale rifugiarsi nella memoria, la quale, pur non trovando immediata o esclusiva consolazione nella tomba, approda comunque a “una certa dimensione appagante” in quest’ultima e definitiva dimora. A una certa distanza temporale dalle assenze più deflagranti per ciascuno di noi, anche il dolore acuto e lancinante giunge alla sua normale rimodulazione, nell’elaborazione graduale e auspicabile, di quel lutto importante, trovando spesso “un rifugio di senso” proprio nelle freddi lapidi delle tombe, tra i viali dei cimiteri, luoghi di pace, di ricordi e di storie.

Oggi 2 Novembre giorno “dei morti” vorrei condurvi con me in un cimitero immaginario…il cimitero di Spoon River, rievocato anche dalla musica e dalle parole di Fabrizio De André nel suo “Un chimico“. 

L’antologia di Spoon Rover è una raccolta di poesie che lo scrittore statunitense Edgar Lee Masters pubblicò tra il 1914 e il 1915.

Essa raccoglie gli epitaffi – raccontati in prima persona dai defunti – di un’immaginaria cittadina, Spoon River appunto. Malgrado il luogo sia inventato, anche se ispirato ai paesini reali di Lewistown e Petersburg, alcuni dei personaggi, cioè dei defunti, a cui Masters diede voce, attraverso i suoi versi, furono veramente esistiti proprio in quei due paesini dell’Illinois da cui il poeta trasse ispirazione. Qualche protagonista, in realtà rappresentato come morto pur non essendolo ancora, si adirò e si offese perché in quegli epitaffi erano stati svelati vizi e virtù evidentemente riconoscibili, all’interno di quelle due piccole comunità, chiuse, ipocrite e bigotte.

L’originalità dei personaggi di Masters risulta evidente dal fatto che, essendo ormai defunti, quindi liberi da fardelli sociali a cui aderire, conquistano la facoltà di essere finalmente sinceri, svestiti dagli ingombranti panni del compiacimento e dell’ipocrisia. Essi non hanno più nulla da conquistare in questo mondo, né più nulla da nascondere o da perdere e quindi possono “raccontarsi”, confessare con assoluta onestà i loro peccati, le loro ambizioni, gli amori e tutte le verità scomode, comuni a tutti noi, esseri umani vivi. Il “non detto” imbarazzante che ci guardiamo bene dal mettere a fuoco e ad esternare con coraggio, quel coraggio che in vita non riesce ad appartenerci fino in fondo.  

E questo ci deve fare riflettere un po’.

LUCINDA MATLOCK

“Andavo a ballare a Chandlerville 

e giocavo alle carte a Winchester. 

Una volta cambiammo compagni 

ritornando in carrozza sotto la luna di giugno, 

e così conobbi Davis. 

Ci sposammo e vivemmo insieme settant’anni. 

Filavo, tessevo, curavo la casa, vegliavo i malati, 

coltivavo il giardino e, la festa, 

andavo spesso per i campi dove cantano le allodole, 

e lungo lo Spoon raccogliendo tante conchiglie, 

e tanti fiori e tante erbe medicinali- 

gridando alle colline boscose, cantando alle verdi vallate. 

A novantasei anni avevo vissuto abbastanza, ecco tutto, 

e passai ad un dolce riposo. 

Cos’è questo che sento di dolori e stanchezza 

e ira, scontento e speranze fallite? 

Figli e figlie degeneri, 

la Vita è troppo forte per voi: – ci vuole vita per amare la Vita…”

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