S. E. Pennisi: “Dal SS. Crocifisso messaggio contro l’indifferenza. Chi pratica l’usura e il pizzo, devoto dell’Anticristo”

SS. Crocifisso. Devozione di un solo giorno o assunzione di uno stile di vita?

Monreale, 7 maggio 2018 – Spenti i fuochi d’artificio, la processione dei fedeli accompagna il Crocifisso nell’ultimo tratto di strada che lo porterà a riposare all’interno del Santuario della Collegiata. Per un nuovo anno. Lontano dalle invocazioni gridate a squarciagola, dalle lacrime di emozione, e più vicino ad una devozione più silenziosa, ma che dura tutti giorni. La processione è il momento culminante e più significativo di una forma devozionale espressa da centinaia di monrealesi che, per il desiderio di ricevere una grazia, per un forte sentimento interiore, o per semplice tradizione familiare, manifestano questo legame nei confronti di Cristo. O meglio, del loro Cristo, il SS. Crocifisso di Monreale. Perché, se è vero che il Cristo è uno e solo in tutto il mondo, difficilmente la stessa devozione viene tributata nei confronti del Cristo rappresentato in processione in altri comuni. Come probabilmente avviene in ogni parte del mondo, la devozione viene circoscritta al proprio Cristo. Come dire, ad ognuno il proprio Crocifisso.

Un aspetto, questo, che attiene al reale valore religioso di una devozione che rischia di limitarsi a pochi giorni l’anno, e sul cui significato l’arcivescovo della Diocesi di Monreale, S. E. Michele Pennisi, si è voluto soffermare nella breve omelia rilasciata ieri sera, dal balcone del comune di Monreale.

Pennisi ha parlato di un Crocifisso con le braccia aperte, a simboleggiare il valore dell’accoglienza, con le mani protese, simbolo di generosità.

La devozione, quella vera, non può estrinsecarsi nella sola partecipazione alla processione, ma, giorno dopo giorno, si declina nella lotta contro le ingiustizie, nell’aiuto per i più deboli, per i bisognosi.

Pennisi ha rivolto ai confratelli e a tutti i devoti un forte messaggio di contrasto all’indifferenza, uno dei mali di questo secolo. Il suo pensiero è stato rivolto a chi vive nella solitudine, ai carcerati, a chi soffre per gravi lutti familiari. È nell’attenzione a loro che si deve esprimere la devozione per il S. Crocifisso, altrimenti diviene una manifestazione sterile, di puro folklore.

Essere devoti al Crocifisso significa fare scelte di vita forti, e di esempi a noi vicini ne abbiamo tanti, da Padre Pino Puglisi ai Cap. Basile e D’Aleo.

Infine l’arcivescovo non ha mancato, come in varie altre occasioni, di lanciare un’anatema contro coloro che si dicono cristiani, ma che praticano, l’usura, il pizzo, lo spaccio di droga: “Non sono devoti di Cristo ma dell’Anticristo”.

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