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Rapporto Ocse: pochi laureati e bistrattati. Performance studenti del Sud indietro di un anno

Solo il 20% degli italiani tra i 25 e i 34 anni, infatti, è laureato rispetto alla media Ocse del 30%

Palermo, 6 ottobre 2017 – L’Italia, negli ultimi anni, ha fatto notevoli passi in avanti nel miglioramento della qualità dell’istruzione, ma risultano essere ancora marcate le differenze nelle performance degli studenti all’interno del Paese. Le regioni del Sud- secondo quanto si legge nel rapporto sulla “Strategia per le competenze” dell’OCSE– restano molto indietro rispetto alle altre, tanto che il divario della performance degli standard internazionali di valutazione tra gli studenti della provincia autonoma di Bolzano e quelli della Campania equivale a più di un anno scolastico. 

I laureati sono pochi, poco preparati e non vengono utilizzati al meglio risultando un po’ ‘bistrattati’. Solo il 20% degli italiani tra i 25 e i 34 anni, infatti, è laureato rispetto alla media Ocse del 30% per la stessa fascia di età e il numero assoluto di studenti iscritti all’università è sceso dell’8% tra il 2000 e il 2015.

Gli italiani laureati hanno, inoltre, in media, un più basso tasso di competenze in lettura e matematica (26esimo posto su 29 paesi Ocse). L’organizzazione fornisce il suo elisir invitando a migliorare la pertinenza degli studi universitari rispetto alla domanda di competenze sul mercato del lavoro. I tassi di occupazione dei laureati, inoltre, sono bassi rispetto alla media Ocse e allo stesso tempo molte imprese non riescono a reclutare lavoratori con alte competenze per coprire i propri posti di lavoro.

Sempre secondo l’Ocse “malgrado i bassi livelli di competenze che caratterizzano il Paese, sorprendentemente si osservano numerosi casi in cui i lavoratori hanno competenze superiori rispetto a quelle richieste dalla loro mansione, cosa che riflette la bassa domanda di competenze in Italia. I lavoratori con competenze in eccesso sono l’11,7%, quelli sovraqualificati il 18%. Il 35% dei lavoratori, inoltre, è occupato in un settore che non è correlato ai propri studi. L’Italia risulta essere “l’unico Paese del G7” in cui la quota di lavoratori laureati in posti con mansioni di routine è più alta di quella che fa capo ad attività non di routine. In inglese il fenomeno è noto come ‘skills mismatch’, in italiano si potrebbe tradurre con ‘dialogo tra sordi’, dove i due potenziali interlocutori sono il lavoratore e il posto di lavoro. Le competenze, insomma, non risultano essere in linea con la mansione. 

Il livello dei salari in Italia, infine, è spesso correlato all’età e all’esperienza del lavoratore piuttosto che alla performance individuale, caratteristica che disincentiva nei dipendenti un uso intensivo delle competenze sul posto di lavoro. Attualmente l’Italia è intrappolata in un ‘low-skills equilibrium’, un basso livello di competenze generalizzato: una situazione in cui la scarsa offerta di competenze è accompagnata da una debole domanda da parte delle imprese. Un circolo vizioso che rischia di non portare lontano. Da una parte, infatti, c’è la forza lavoro che non si presenta sul mercato preparata, attrezzata a svolgere le diverse mansioni possibili, dall’altra le aziende non pretendono.

 

 

 

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