Scissione nel PD, le motivazioni delle parti. Il punto di Domenico La Porta

I tempi del congresso. Un nodo cruciale per la leadership del partito

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Monreale, 22 febbraio 2017 – La settimana tra il 13 e il 19 febbraio è stata cruciale per la vita del P.D. Lunedì 13 la direzione ha dato il via libera al percorso verso il congresso, pur lasciando la parola definitiva all’Assemblea nazionale che si è tenuta la domenica successiva. Sin dalla riunione di lunedì si è evidenziato in maniera netta il solco che divide la maggioranza renziana dalla minoranza. Il segretario uscente, dopo la sconfitta nel referendum costituzionale del 4 dicembre, sembrava volere percorrere la strada delle elezioni anticipate entro giugno 2017 con la motivazione ufficiale che la legislatura, che doveva essere costituente, aveva esaurito la sua funzione con la bocciatura della riforma che aveva prodotto.

Dietro questo argomento c’era però un altro motivo e cioè che Renzi cercava una rivincita sull’esito referendario. Per realizzare questo obiettivo, era necessario attendere la sentenza della corte Costituzionale sull’Italicum, la legge elettorale per la Camera, che è arrivata il 25 gennaio, e le relative motivazioni, rese note il 9 febbraio. Nel frattempo il Pd lanciava la proposta del Mattarellum, che fu in vigore dal 1994 fino a quando, nel 2006, per iniziativa del centro destra allora al governo, fu sostituito dal Porcellum. Il Mattarellum prevedeva in sostanza che il 75% dei parlamentari fosse eletto con il sistema dei collegi uninominali – in ogni collegio viene eletto colui che prende più voti e solo lui – e che il restante 25% venisse eletto con il sistema proporzionale con liste bloccate, cioè senza preferenze. La proposta momentaneamente ricompattava il P.D.. Ma in attesa delle decisioni della consulta sull’Italicum ed anche dopo, il dibattito-scontro all’interno del P.D. ruota sul congresso del partito, evidenziando anche notevoli mutamenti di posizione tra maggioranza e minoranza.

Quest’ultima vuole arrivare alla scadenza naturale della legislatura, con il voto politico previsto all’incirca a febbraio 2018. La motivazione ufficiale è che non ci si può permettere un voto legislativo e politico di tre-quattro mesi almeno, per andare alle elezioni anticipate, mentre i problemi del paese urgono e richiedono soluzioni tempestive. Ma, accanto a questa motivazione, vi sono timori più strettamente politici e di equilibrio interno, che in sintesi si possono così riassumere: Renzi vuole portare il Paese alle elezioni anticipate entro giugno 2017 per cercare una rivincita sul negativo esito referendario; se gli riesce, diviene leader assoluto e indiscusso, e da premier e da segretario del P.D. potrà fare quello che vorrà e sarà l’uomo solo al comando. Se invece viene sconfitto, trascina il P.D. alla catastrofe e consegna il paese a Grillo e/o alla destra.

In questo contesto, il congresso viene visto dalla minoranza Dem come qualcosa che può fermare o quanto meno ritardare almeno fino all’autunno la disastrosa corsa renziana verso il voto anticipato e che, nello stesso tempo, può essere l’occasione di un chiarimento politico forse definitivo all’interno del partito.

Circa i tempi del congresso si svolge però l’ultimo e forse decisivo scontro all’interno del P.D. Renzi e i suoi vogliono accelerare al massimo i tempi dell’assise, facendola celebrare non oltre maggio, con primarie ad aprile per la scelta del segretario. L’ex premier è infatti convinto che la base del partito nella sua maggioranza gli è favorevole e bruciando i tempi, anche con l’appoggio dell’apparato, potrà facilmente essere eletto alla segreteria e di conseguenza diventare candidato a guidare il governo in caso di vittoria elettorale del P.D. Se ciò accadesse, Renzi potrebbe essere tentato di porre fine in maniera traumatica alla legislatura e di andare al voto anticipato quasi subito, e cioè addirittura a metà/fine giugno o più realisticamente ad ottobre, dati i tempi tecnici necessari per andare a votare dal momento dello scioglimento delle camere. Resterebbe il nodo di uniformare – o quanto meno di rendere più simili – le leggi elettorali di Camera e Senato ma, conoscendo la personalità di Renzi, anche in questo campo non sono da escludere forzature.

Radicalmente diversa, se non addirittura opposta, è la posizione della minoranza del partito, le cui figure più rappresentative sono l’ex segretario Bersani, l’ex premier D’Alema, l’ex capogruppo alla Camera Speranza e gli attuali governatori della Puglia Emiliano e della Toscana Rossi, quest’ultimo a differenza di tutti gli altri appena citati, impegnato per il si nel referendum costituzionale. La minoranza Dem chiede che sia le primarie per l’elezione del segretario sia il congresso si svolgano dopo l’estate, almeno a settembre le prime ed almeno ad ottobre il secondo. Questa collocazione temporale dei due eventi sembra essere assolutamente irrinunciabile per gli oppositori interni di Renzi e su questo sarebbero intenzionati ad andare fino in fondo a costo di arrivare alla scissione ed all’uscita dal partito. Inoltre essi chiedono che, prima di avviare la procedura congressuale, si tenga prima dell’estate una conferenza programmatica, anche per ripensare l’identità del partito. A suggello di tutto questo la minoranza Dem chiede alla maggioranza un impegno pubblico e solenne a sostenere il governo Gentiloni fino alla scadenza naturale della legislatura a febbraio 2018. Il motivo ufficiale di questa posizione é che bisogna dare alcuni mesi di tempo per fare decantare la situazione e per consentire ai vari candidati alla segreteria di potere elaborare un programma, di poterlo presentare alla base e di farsi conoscere. La ragione di fondo è che gli oppositori dell’attuale segretario sono convinti che, in caso di congresso lampo, quasi sicuramente Renzi vincerà per l’appoggio dell’apparato e per la sua visibilità, mentre sarà estremamente difficile per il candidato o candidati girare in lungo e in largo, da nord a sud, l’Italia per farsi conoscere e per fare apprezzare il proprio programma. Su questa scansione temporale, questione apparentemente marginale ma in realtà di grande importanza, si gioca l’utilità del P.D., le due posizioni si sono confrontate già nella direzione di lunedì 13 ed ancor più aspramente si sono scontrate nell’assemblea nazionale di domenica 19. A conclusione di quest’ultima i tre candidati alla segreteria della minoranza hanno stilato un documento in cui addebitano a Renzi la responsabilità della scissione, pur senza proclamarla ufficialmente.

Nelle ultime ore ci sono stati alcuni sviluppi. Il ripensamento del governatore della Puglia Emiliano che ha deciso di restare nel PD e di candidarsi alla segreteria del partito, sperando di coagulare intorno alla sua persona l’opposizione interna antirenzi. Imminente è la costituzione di gruppi parlamentari autonomi da parte di coloro che hanno deciso di dar vita ad una nuova formazione politica.

La direzione di ieri non ha accolto la proposta di mediazione di Cuperlo, che comunque resta nel PD insieme a Cesare Damiano e ad Andrea Orlando, proposta di mediazione consistente nello slittamento della parte finale del congresso a luglio, dopo le amministrative. Il presidente del partito Orfini ha opposto un netto no, sostenendo che lo statuto del partito non lo consente.

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