Il Governo Gentiloni e la validità del voto popolare

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Monreale, 16 dicembre 2016 – Si è risolta in tempi brevissimi la crisi di governo apertasi all’indomani del Referendum Costituzionale che ha visto la schiacciante vittoria del NO, che ha avuto il 59,11% dei voti, contro il 40,89% dei SI. Il Premier Renzi ha visto congelate le sue dimissioni fino all’approvazione lampo della legge di stabilità, avvenuta in via definitiva al Senato 48 ore dopo, mercoledì 7 dicembre 2016. Altrettanto veloce è stata la risoluzione della crisi, consultazioni lampo del Capo dello Stato in due giorni e poi domenica 11 l’incarico a Paolo Gentiloni, che con altrettanta rapidità, ha consultato le forze politiche, due delle quali, movimento 5 Stelle e Lega Nord, non sono volute andare dal Presidente incaricato che, il giorno successivo, lunedì 12, ha presentato al Capo dello Stato la lista dei Ministri, che contestualmente hanno girato. Martedì 13 il nuovo Governo si è presentato alla Camera, ottenendone la fiducia, ed infine mercoledì 14, dopo un veloce dibattito, il Senato ha concesso la fiducia con 169 si e 99 no.

Fin qui la cronaca. Si impongono tuttavia, alcune considerazioni, innanzitutto sulla tempistica. Il dibattito nei due rami del Parlamento è durato appena due giorni, e ciò sembra dare chiaramente ragione ai sostenitori del NO al Referendum Costituzionale del 4 dicembre scorso in quanto, quando c’è la volontà Politica, i tempi possono essere rapidissimi ed il Bicameralismo Paritario, voluto dai Padri Costituente nel 47/48, non è di ostacolo a tale rapidità.

In secondo luogo si impongono delle considerazioni più strettamente politiche. La maggioranza formata da PD area popolare costituita da NEP e centristi per l’Italia di Pier Ferdinando Casini e da altri gruppi minori, giustifica la formazione di questo Governo con il rifiuto delle forze di opposizione della proposta PD di dare vita ad un governo di tutti. Queste ultime motivano la loro posizione con il fatto che bisogna andare subito a votare le elezioni politiche generali, perché la vittoria del NO al Referendum Costituzionale, è una sfiducia clamorosa nei confronti del Governo, che si era impegnato a sostegno del Si in maniera massiccia, con il forte impegno personale del Premier e con una mobilitazione di tutti i ministri. Un discorso a parte merita la posizione congiunta di Scelta Civica, fondata dall’ex Premier Monti che però ne ha lasciato quasi subito la guida dopo le elezioni del 2013, e del gruppo Ala fondato dall’ex forzista Denis Verdini. Questi due movimenti politici rivendicano la partecipazione a pieno titolo con propri ministri alla compagine governativa, in cambio del loro reale sostegno al governo Renzi ed alle riforme da esso varate, prima di tutte quella costituzionale. Non avendo ottenuto ciò, hanno deciso di passare all’opposizione e durante la votazione sulla fiducia hanno lasciato l’aula, sia alla Camera sia al Senato.

A parte il cambio di Premier, l’uscita di qualche ministro e lo spostamento di qualche altro, il nuovo governo presenta una composizione molto vicina a quella del precedente esecutivo.

In particolare lascia parecchio perplessi la conferma di Maria Elena Boschi coautrice della riforma costituzionale bocciata dal corpo elettorale, che dietro un apparente declassamento da ministro a sottosegretario, in realtà ha avuto assegnato l’incarico importantissimo di sottosegretaria alla presidenza del consiglio, cioè è diventata una sorte di vice-premier ombra.

Non dissimile è il discorso che riguarda Luca Lotti ed Anna Finocchiaro. Il primo, stretto collaboratore dell’ex premier Renzi e strenuo sostenitore del si al referendum, è stato promosso da sottosegretario alla presidenza del consiglio a ministro dello sport, ministero tra l’altro di nuovo conio. La senatrice Finocchiaro era stata relatrice in commissione affari costituzionali del Senato della riforma costituzionale respinta dai cittadini il 4 dicembre scorso, nel governo Gentiloni è diventata ministro per i rapporti con il parlamento.

Queste scelte appena riferite, oltre ad apparire chiaramente in contrasto con le decisioni prese dalla maggioranza degli elettori nel recente referendum, rischiano di ingenerare nei cittadini la pericolosa convinzione che qualunque cosa decidano nelle urne, alla fine i politici fanno quello che vogliono, anche in opposizione alla volontà popolare chiaramente espressa. Questa convinzione può spingere taluni addirittura a non andare a votare, tanto, pensano spero erroneamente, il voto non serve a nulla.

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