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Referendum, Gianni Squadrito: “Perché voto Sì”. Le riflessioni di un Monrealese all’estero

Monreale 2 dicembre 2016 – Lo dico subito, sono uno degli italiani che, votando all’estero, in questi giorni sono accusati di brogli. Ebbene sì, io ho già votato, nel salotto di casa mia, e…  con una penna blu! Se non è broglio questo…

A parte gli scherzi, la mia condizione di italiano all’estero da più di dieci anni, ma con lo sguardo sempre rivolto a quello che succede al di là (o al di qua) delle Alpi, mi porta spesso a ricevere domande su “come si vede l’Italia” da dove mi trovo.

“Di Renzi che si dice all’estero? E della riforma della costituzione?“ Per la verità la mia permanenza all’estero  mi ha portato a vivere per alcuni mesi o anni in quasi una ventina di paesi, negli ultimi tempi soprattutto in Africa. E nei paesi africani la riforma della costituzione è un tema ricorrente, ma quando si parla di riforma della carta costituzionale è per eliminare i limiti alla terza o quarta rielezione dell’ottuagenario presidente in carica. Che naturalmente vuole essere rieletto dopo venti anni di duro lavoro per completare il lavoro a favore del proprio popolo. O quasi….

E in Europa? Nel vecchio continente è diverso. In realtà in Europa dopo secoli di terrore e guerre, ci sono dei sistemi democratici. O quasi…   Si vabbè, non esageriamo, se avete avuto la sorte di girare per l’Africa, ha notato l’enorme differenza. La democrazia in Europa, pur se malata, è ancora in piedi. O quasi…

“E quindi che si dice di Renzi e del referendum? E’ vero che in Europa hanno paura?”

A parte che questo termine “Europa” genericamente utilizzato significa tutto e niente. Anche Monreale, come Tallinn o Salonicco sono Europa. Ma se la domanda è cosa si pensa negli ambienti delle istituzioni europee, allora qualche risposta la posso tentare.

Innanzitutto su Renzi: il nostro primo ministro viene visto in generale positivamente perché percepito come un elemento di stabilità. E anche come un leader che sta tentando (per la verità solamente piuttosto di recente) di contrastare l’austerità, pensiero dominante nella UE. Io faccio notare che in Italia non è cosi amato, anzi, in molti lo odiano. “Come con Berlusconi?” mi dice Marc, un collega tedesco alla Commissione. “Forse peggio – rispondo – Berlusconi ha diviso l’Italia tra chi lo amava e chi lo odiava, ma almeno il suo campo, il centro destra, era compatto per lui. Renzi invece ha contro di lui le destre ma i suoi principali nemici sembrano essere nel suo stesso partito…. E al referendum vincerà il no, perché per molti piuttosto che un voto sul merito è un voto a favore o contro Renzi. E la maggioranza in Italia sembra contro Renzi”.

Marc mi guarda perplesso. Mi chiede della riforma, gli spiego a grandi linee, non gli sembra che sia rivoluzionaria, né positivamente né negativamente. Ma lui come tanti all’Unione Europea vede nel voto in Italia contro la riforma un’affermazione del voto di protesta, che seppure alimentata da alcune buone ragioni, è pervasa in varie componenti da uno spirito populista e distruttore. Che si traduce nel togliere di mezzo quello e quelli che ci sono adesso, le regole attuali, forse anche il modello che l’Europa con fatica ha costruito.

L’Europa, nonostante tanti difetti e imperfezioni, resta la casa comune degli europei. “Io sono critico verso la Merkel, – continua – ma non per questo rinuncio ad essere tedesco. Molti sono critici con l’Unione Europea, ma invece di cambiarla vogliono distruggerla”.

Purtroppo c’è molto di vero. Oggi l’Europa è pervasa da forti venti di populismo: in Ungheria e in Polonia ci sono governi nazionalisti e superpopulisti, che della solidarietà, ma anche di certi valori democratici, vogliono fare a meno. E le forze populiste antisistema crescono ovunque in Europa: nei paesi del nord, come in Olanda e in Scandinavia o in Belgio dove al potere c’è una sorta di Lega nord fiamminga, nei paesi dell’est, in Germania, in Francia.

E questo fa paura. Perché non sono venti forieri di novità positive, ma di arroccamenti sempre più individualisti e per nulla democratici.

E’ vero che c’è un malessere economico e sociale che è poco compreso e poco trattato, ma affidarsi a slogan semplicistici, a formule magiche che possano risolvere d’un colpo tutti i problemi può essere davvero pericoloso.

La voglia di distruggere lo status quo, con la speranza che si possa ricostruire su nuove basi (ma cosa non si sa bene) ricorda da vicino quello che l’Europa ha già vissuto nella prima parte del ventesimo secolo. Crisi economica, insoddisfazione sociale, senso di abbandono da parte di chi dovrebbe rappresentare i cittadini, portano a scegliere la strada della protesta dura e cruda. “Ma poi – mi dice Marc – il rischio è la tentazione o la voglia di un uomo forte che possa risolvere i problemi una volta per tutte. E noi italiani e tedeschi sappiamo bene come è andata a finire quasi cento anni fa”.

La storia non si ripete ma certe similitudini sono preoccupanti. E Trump che vince in America non è uno scherzo della storia, ma la realtà di questi giorni.

Quindi il referendum in questo contesto fa paura. La posizione di Marc è condivisa da tanti colleghi. Forse è esagerata, forse sarà solo un passaggio politico come tanti, ma è vero che l’Italia non è un piccolo paese dell’UE e ha una situazione economica delicata. Potrebbe andare meglio se si sparigliano le carte? Forse, ma quello che viene visto con più probabilità è una situazione di instabilità che potrebbe aggravare la situazione attuale. E a pagare di più, come spesso accade, potrebbero essere quelli che oggi stanno peggio e che magari più di altri puntano sul cambiamento.

“Si ma tu, dall’Europa, cosa pensi di Renzi e del referendum?”

Per quello che conta (per di più ho già votato) lo dico con chiarezza: non vado pazzo per Renzi, anzi. Non mi entusiasma, certe uscite berlusconesche e scaltre non mi piacciono affatto, un certo accentramento del potere, il suo privilegiare i canali diretti con gli elettori come il “Matteo risponde” piuttosto che una partecipazione dei cittadini nel partito e oltre. E poi la personalizzazione della disputa sul referendum è lui che l’ha cominciata. Ma mi piacerebbe fosse giudicato alle politiche sui risultati, che al momento sembrano con alti e bassi, e non su questo referendum.

 

“Si ma allora sulla riforma costituzionale, cosa ha segnato sulla scheda quella penna blu a Bruxelles?”

Ha segnato un si, tiepido e insipido, ma un si.

Non vedo nella riforma né la portata distruttiva antidemocratica paventata dal fronte del no, né il cambiamento definitivo e positivo decantato dai fautori del si.

Ci sono alcune buone idee, la fine del bicameralismo perfetto, le leggi di iniziativa popolare, l’abolizione del CNEL, il referendum propositivo e quello abrogativo con minore quorum. Qualcos’altro è invece più confuso e forse pasticciato, come i poteri del Senato, mi convince a metà la distribuzione dei poteri tra stato e regioni (ma noi, siciliani, sappiamo che i poteri alla regione non sono stati positivi).

Quello che non mi piace affatto è l’Italicum. E’ vero che non è materiale del referendum, però in buona misura vi è legato perché alla fine conta chi e come viene eletto. Ma su questo, anche se forse troppo tardi e un po’ furbamente, sembra esserci una volontà per modificare la legge elettorale. O quasi…

Comunque vada, sarà l’esito della volontà popolare e speriamo che gli scenari che si temono in Europa non siano così negativi se vincerà il no. Per come la vedo io, anche dall’Europa, vinceranno i no nettamente. O quasi….

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