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L’esodo dei lavoratori AlmavivA. Il dramma di una mamma

Riceviamo e pubblichiamo

Palermo, 30 settembre 2016 – “Ci chiedete di chiudere le nostre case. Salutare le nostre famiglie, lasciare le nostre vite. Ci chiedete di abbandonare la nostra città, i nostri interessi, le nostre abitudini. Di rinunciare al nostro sentirci a casa in una terra bella e disgraziata come la Sicilia. Ce lo chiedete con contratti part time che non ci consentono di mantenere due case e due vite sospese. Ce lo chiedete con la leggerezza di chi sposta un libro su uno scaffale. Ce lo chiedete senza considerare che le nostre vite, i nostri affetti, i nostri battiti appartengono a questa terra, a questi luoghi. Lo fate senza considerare quanti anni abbiamo trascorso a contribuire affinché questa stessa azienda, che oggi ci volta le spalle, potesse crescere e guadagnare. Un guadagno lecito con il nostro lavoro ma illecito se diventa guadagno sul nostro lavoro, sui nostri affetti, sulle nostre famiglie. Ci chiedete di abbandonare le nostre vite come se fossero vite di serie B, indegne di essere vissute lì dove abbiamo deciso di piantare il nostro seme che oggi è un albero.
Siamo lavoratori ma siamo anche figli, genitori, mariti, mogli, fidanzati, zii. E non possiamo rinunciare a vivere per logiche che non tengono conto del nostro essere principalmente persone”

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