Referendum 17 Aprile, perché votare sì

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Monreale, 4 aprile – In un precedente articolo abbiamo insistito sull’importanza del referendum tout court, senza entrare nel merito dell’argomento dell’oramai vicino quesito referendario. Il tema precedentemente esposto per quanto non si inoltrasse ad affrontare il dibattito pubblico che si è sviluppato, ne affronta una parte, certamente non secondaria. Poiché la risposta referendaria si propone come egemonizzante il pensiero politico e culturale, è stato inevitabile che fosse quello il primo argomento da porre in attenzione. Con pensiero egemonizzante si deve intendere un atto che indirizza la vita politica e sociale.

È soltanto partendo da questo presupposto che possono essere spiegate le motivazioni dell’adesione al SI. Infatti, quando si guarda al referendum non si potrebbe capire quale possa essere la convenienza per un paese importatore di materiale combustibile fossile, nel proibirne l’estrazione, e soprattutto se qualora fosse soltanto all’interno di un perimetro preciso, all’interno delle 12 miglia marittime, come è. Tutte le argomentazioni ambientaliste, catastrofiste e sanitarie diventano argomentazioni deboli se private di questo retroterra, o meglio se lette sottraendo questo principio. Ora ci fermiamo un attimo a riflettere sul limite delle 12 miglia e sull’idea di un mare pulito: questi due punti sono quelli che più sono stati attaccati, con argomentazioni che partono dall’assunto che fermare le trivellazioni a ridosso dalla costa non ferma le trivellazioni dopo la soglia limite, e che per quanto possiamo bloccare le trivellazioni in mare in Italia non possiamo farlo in Tunisia, in Libia, in Croazia, in Serbia, in Albania etc., e perciò sarebbe politicamente sbagliato anche se in linea di principio corretto. Questo tipo di argomentazioni fanno perno sull’idea che ogni paese sia un compartimento stagno inaccessibile e un sistema invariabile, rendono gli stati un meccanismo inanimato che procede verso delle strade già tracciate, senza che nulla possa variarne la direzione, dimenticando invece che è una produzione umana e che se si astrae dall’umano non resta che un contenitore vuoto, come una casa arredata e lasciata vuota e non vissuta.

Votare SI significherebbe cambiare la tendenza all’utilizzo dei combustibili fossili, significherebbe puntare politicamente su energie rinnovabili, con investimenti e defiscalizzazioni, (uno stato che ha firmato accordi internazionali, come Kioto, Parigi, Milano lo avrebbe già dovuto fare, ma tralasciamo questo che potrebbe impegnare pagine e pagine di discussione), sarebbe utile alle nazioni emergenti come tendenza politica, via di sviluppo, servirebbe da trampolino per la ricerca; poiché quando si parla di combustibili si pensa ai mezzi di trasporto potrebbe anche significare un cambiamento di logica nelle abitudini quotidiane, ed un investimento nei trasporti pubblici, cosa che noi ci auguriamo, cosa che molti quando tornano dalle proprie vacanze europee vantano di avere riscontrato nelle loro mete.

Come mai un referendum ha il potere di cambiare queste tendenze? Vincere un referendum significa rendere evidente un cambiamento, avvenuto o in corso, lo fu per il divorzio. Se il SI al referendum dovesse vincere, cosa per la quale stiamo lavorando, sappiamo che non sarebbero risolti tutti i problemi, ma ciò di cui siamo sicuri è che questo referendum porta con sé la battaglia sulle rinnovabili, sulla differenziata e rifiuti zero, sullo sviluppo di infrastrutture per i mezzi pubblici, sul rispetto dell’ambiente, e queste a caduta portano con sé tante altre tematiche, fino ai diritti fondamentali dell’essere umano. Perciò invitiamo ad andare a votare SI il 17 Aprile al referendum, non soltanto per fermare le trivelle, ma per un mondo più pulito, per un progresso più civile.

Collettivo ARCI Link, Antonino Renda

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