Sebbene a ridosso dell’estate sembrava che l’incremento dei contagi da Covid-19 ci avesse dato tregua, la ripresa delle attività didattiche, lavorative e sociali in genere ha nuovamente materializzato un incubo già vissuto solo pochi mesi prima, trascinandoci verso uno scenario gravoso a noi purtroppo familiare, una dimensione emotiva caratterizzata dal fluttuare altalenante tra il sentimento della speranza, affinché nuove terapie possano tempestivamente raggiungere un’adeguata accessibilità ad un’utenza più vasta possibile, e l’angoscia a cui siamo esposti ogni qual volta prendiamo consapevolezza delle troppe perdite umane a cui siamo soggetti e dell’inevitabile sovraccarico che il nostro sistema sanitario soffre come non mai. Nonostante i dati odierni registrino un decremento dell’indice RT di trasmissione del virus, davvero eccessivo è il quantitativo di casi in terapia intensiva, tali da rendere ancor più necessarie misure protettive e restrittive miranti a limitare quanto più possibile il dilagare ulteriore del rischio di contagio.
È così che il sentimento della paura, strettamente legato al perdurare dell’emergenza sanitaria e del rischio di ritrovarsi in una condizione di ulteriore ed imminente lockdown totale, ha generato vissuti soggettivi e fenomeni psicosociali che scarso contenimento hanno ritrovato, purtroppo, nell’ambito dei protocolli comunitari e sanitari, nonostante il loro evidente e massiccio palesarsi nello spettro socio-relazionale odierno. Comportamenti di chiusura fobica che possono indurre all’eccessivo isolamento e condotte di natura controfobica, in quest’ultimo caso caratterizzate dalla non osservanza e riluttanza nei confronti delle misure protettive e preventive volte a ridurre il rischio di contagio da Covid-19, si configurano come due facce della stessa medaglia, rappresentando stati sintomatici tipici di un malessere collettivo generatosi dal ripetersi di un’esperienza fortemente traumatica, incentrata principalmente su incertezza e sgomento, che sta mettendo a dura prova il nostro senso di continuità esistenziale, individuale e comunitario.
La mia attenzione si vuole soffermare su quelle strategie, risultate decisamente fallimentari, messe in atto da alcuni strati della popolazione mondiale: le cosiddette condotte negazioniste, messe in campo anche in Italia, quale maldestro tentativo di opporsi alla realtà emergenziale, rinnegandone la stessa esistenza, attraverso atteggiamenti dediti al non rispetto delle misure atte a limitare i rischi di contagio da Coronavirus, perché percepite come “limitazioni della propria libertà personale”.
Le condotte negazioniste, messe in campo anche in Italia, sono un maldestro tentativo di opporsi alla realtà emergenziale, rinnegandone la stessa esistenza
Mi trovo fortemente d’accordo con la visione di Galimberti secondo cui queste condotte irresponsabili, che hanno trovato espressione anche in movimenti collettivi quali no mask, no vax, etc., non siano altro che meccanismi difensivi per contenere l’angoscia e negare una realtà intollerabile per la sua totale imprevedibilità. Piuttosto che affrontare la paura con modalità funzionali, seguendo le misure indicate dalla medicina e dalla ricerca scientifica, il negazionista rifiuta tali prescrizioni, arrivando persino a respingere l’idea stessa dell’esistenza del virus, rivendicando il diritto ad una pseudo libertà a lui negata, ed esponendo se stesso e gli altri al pericolo imminente del contagio. Non salvaguardando se stesso e l’altro utilizzando accorgimenti sanitari quali l’indossare mascherine ed altri dispositivi, mantenere il distanziamento sociale e osservare altre misure protettive, contribuisce così a vanificare gli sforzi di un’intera collettività e delle figure socio-sanitarie oggi pesantemente sovraccaricate in termini di fatica e di rischio lavorativo.
Movimenti collettivi quali no mask, no vax, etc., non sono altro che meccanismi difensivi per contenere l’angoscia e negare una realtà intollerabile per la sua totale imprevedibilità
Da un punto di vista prettamente psicoanalitico, il negazionismo dilagante è l’espressione del meccanismo di difesa della negazione, escamotage psichico attraverso il quale far fronte al trauma individuale e collettivo da cui l’intera comunità mondiale è stato travolto.
Espressioni tristemente note, soprattutto sui social italiani, come “non ce n’è coviddi”, o frasi pronunciate superficialmente del tipo “Le mascherine non servono a niente, impongono solo una dittatura sanitaria”, o ancora “Chi ci dice che quei morti siano davvero vittime del Covid?”, evidenziano chiaramente una grossolana negazione di una atroce realtà attraverso la costruzione e la condivisione di credenze magari meno dolorose e apparentemente più rassicuranti sul piano emotivo ed esistenziale, ma che possono tradursi con comportamenti deleteri sul piano della salute fisica e psicologica, non seguendo le direttive sanitarie a tutela della propria ed altrui salute.
La negazione della realtà, spesso espressa con evidente aggressività, diviene una modalità per esprimere la propria paura ancestrale, senza tuttavia prenderne consapevolezza
La negazione della realtà, spesso espressa con evidente aggressività, diviene così una delle modalità attraverso cui è possibile esprimere la propria paura ancestrale, senza tuttavia prenderne consapevolezza, sotto forma di pensieri paranoidei. Sulla base di ciò il fenomeno psicosociale negazionista dell’esistenza del Coronavirus, caratterizzato dal rifiuto dei risultati raggiunti dalla ricerca scientifica e clinica, affonda le sue radici su credenze e teorie del tutto infondate sul piano scientifico, concepite dai cosiddetti movimenti complottisti: si tratta di gruppi sociali, tendenti alla ricerca di un colpevole e dediti a negare l’evidenza dei fatti reali, sostenendo con fermezza che i maggiori avvenimenti della nostra realtà politica, economica e scientifica siano frutto di un complotto organizzato e gestito da gruppi di controllo dediti all’arricchimento. La condivisione di tali convinzioni, prive di senso critico e di alcun riscontro provabile, allo stesso modo della negazione della realtà, consentirebbe loro di tenere a bada l’ansia e l’incertezza che caratterizza il momento che stiamo vivendo, attraverso un illusorio e condiviso vissuto di controllo.
Le teorie del complotto sul Covid-19, stanno così diffondendo numerose e stravaganti idee mai dimostrate scientificamente: dalle reti 5G e Bill Gates, quali responsabili della pandemia, alla creazione in laboratorio del Covid-19 da parte di scienziati cinesi, sono soltanto alcune delle pericolose false credenze che ogni giorno vengono diffuse repentinamente; è per tale ragione che la Commissione Europea sta promuovendo una campagna che combatta la disinformazione dilagante, che tende a diffondere idee scientificamente infondate e che porterebbero a spaventare le persone, inducendole a rifiutare i vaccini anti-covid, attualmente in fase di sviluppo e di prossima distribuzione e ad accrescere ulteriormente il senso di sfiducia nei confronti della sanità pubblica.
La Commissione Europea sta promuovendo una campagna che combatta la disinformazione dilagante
Sebbene sia fondamentale mirare ad una consapevolezza basata sulla conoscenza mediata da un’informazione attendibile seppur non pressante, è evidente che occorrerà altresì prendersi cura delle angosce e delle paure che generano pensieri irrazionali e comportamenti che possono destabilizzare ulteriormente i nostri equilibri già messi a dura prova.
Ritengo che a tal fine, fondamentale sarà un approccio clinico che restituisca dignità ed importanza al ricordo della nostra esperienza traumatica individuale e collettiva; occorrerà una rielaborazione funzionale e condivisa di quanto sta succedendo, del lutto sociale che stiamo realmente vivendo. La salute mentale sociale futura dipenderà dalla possibilità che ci daremo di riconoscere i nostri vissuti anche più dolorosi, preservando la memoria collettiva e la sua dignità.
Prendersi cura di quelle angosce ancestrali che possono generare forme psicopatologiche sfocianti in comportamenti irrazionali tipiche del negazionismo e del complottismo, significa prendere in carico la fragilità di fondo insita in quei soggetti che arrivano a negare la realtà in modo così drastico e nocivo nei confronti della sicurezza e della salute pubblica.
Concludo, così come ci ricorda il nostro presidente della Repubblica Sergio Mattarella, sostenendo che è tempo di agire “con senso di responsabilità verso gli altri e anche verso sé stessi… senso di responsabilità che si esercita anche ricercando un’informazione onesta e rifuggendo le sirene negazioniste”.
*A cura del dott. Giovanni Ferraro
Psicologo Psicoterapeuta, Dottore di ricerca in Psicologia
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