società

La ricorrenza del 2 novembre, quando i morti entravano nelle case per portare i doni

Oggi usanze importate dall'estero tendono a soppiantare le tradizioni popolari

By Provvidenza Gullo

November 01, 2022

Fino agli anni ’50 per la ricorrenza della commemorazione dei defunti era ancora viva la credenza trasmessa dai genitori a figli, secondo la quale per tradizione erano le anime dei parenti morti che portavano loro i doni. 

Oggi non esiste più alcun bambino che creda a questa popolare leggenda che racconta come di notte i morti entrassero nelle case per portare e nascondere i doni nelle parti più impensabili.

Tuttavia la tradizione a scapito dello scetticismo continua, e genitori e parenti per l’occasione comprano i regali ai bambini, e mai mancano cestini ricolmi di frutta martorana, mustazzola, tetù e l’immancabile pupo di zucchero, raffigurante di solito un paladino o una ballerina. 

Anch’io ricevevo doni nonostante mia madre, essendo napoletana, mal si adattava alle tradizioni monrealesi anche se cercava lo stesso di farmi contenta.

Nei giorni antecedenti alla festa era solita portarmi per negozi, così da intuire dalle mie espressioni cosa avrei gradito ricevere in dono “dai morti”. 

Ricordo che nella piazzetta San Cristoforo c’era una bottega che noi chiamavamo “aranciata”, una sorta di bazar che vendeva un po’ di tutto e che per la ricorrenza esponeva tanti giocattoli. 

Nella mia ingenuità ero convinta che fosse lì che i morti andassero a prendere i doni, e allora mi beavo di guardare la mamma che dalle mie espressioni cercava di capire le mie preferenze.  

Ricordo particolarmente un anno in cui mi ero innamorata di una bambola vestita alla pescatora, cioè con il pantalone blu a metà gamba, la camicina a scacchi rossa e bianca, un cappellino di paglia, e il viso di porcellana. 

Fino all’ultimo lei cercò di mercanteggiare sul prezzo ma era molto cara: all’epoca la mia famiglia non aveva tante disponibilità economiche, e con il poco denaro dovevamo sopperire al necessario.

Ma per fortuna c’era mio nonno che mi coccolava e nei limiti cercava di soddisfare i miei desideri.  

Quell’anno lo ricordo particolarmente, ma non solo per la bambola, ma perché fu l’ultimo che il mio adorato nonno visse con noi.  

Lui aveva la sua stanza, dove solitamente trascorreva le sue giornate a letto per via che aveva problemi a deambulare. Ricordo ancora la sua scrivania dove teneva i  suoi cimeli vinti alle olimpiadi di tiro a segno e la foto di mia nonna morta in giovane età. 

La stanza aveva due balconi arredati con tende lavorate ad uncinetto che mia madre aveva portato da Napoli come corredo, uno dava sul Pozzillo e uno sulla via Veneziano che in occasione delle processioni aprivamo e lui dal letto gioiva vedendo passare il Crocifisso, portato sulla vara trasportata dai fratelli.  

La mattina del 2 novembre, dopo avere trascorso una nottata in dormiveglia perché non riuscivo a dormire col pensiero dei morti che per portare i doni si sarebbero intrufolati in casa, mi alzai e andai subito nella stanza del nonno, perché a detta sua i morti era lì che li avrebbero nascosti.

Secondo la tradizione dell’epoca, noi bambini dovevamo cercare in tutta la casa ma nel mio caso il nonno mi assicurò che i doni stavano lì perché la mia cara nonna da tempo defunta era andata a trovarlo nel sonno, indicandogli pure il luogo. 

Così per giocare con me e farmeli trovare, si armò di arance facendole rotolare ad uno ad uno nei posti dove lui sapeva che erano nascosti i doni.

La prima arancia arrivò sotto la scrivania dove c’era un cestino pieno di frutti e dolci tipici di questo periodo, la seconda rotolò dietro la tenda del balcone dove era nascosta la pupa di zucchero (una ballerina tutta colorata), la terza arrivò tra la scrivania e la parete, dove era nascosto uno scatolone rettangolare che presi in mano con tanta emozione, non potevo però mai immaginare cosa potesse contenere: aprendolo con mia grande sorpresa vi trovai la bambolina di cui mi ero tanto innamorata.

La mia esultanza rese felice il nonno che mi disse: “vedi la nonna stanotte cosa ti ha portato!?” indicandomi la foto sulla scrivania: come era bella mia nonna in quella foto col suo vestito elegante! 

L’avrei voluta vedere per poterla abbracciare e ringraziarla come se fosse viva, non l’avevo conosciuta ma l’amavo tanto così come amavo il mio unico nonno che mi era rimasto e che non perdeva occasione per coccolarmi … non l’ho mai dimenticato. 

“Nonno, voglio vederla anch’io la nonna quando ti viene a trovare” gli dissi, e lui mi rispose che lei mi vedeva e mi proteggeva da un altro mondo dove era felice e che per dimostrarle il mio amore e gratitudine avrei solo dovuto andare a trovarla al cimitero dove era sepolta, portandole i fiori per ringraziarla dei doni che mi aveva portato, e così sarebbe stata contenta. 

Nel pomeriggio con la mamma ci recammo  a trovarla al cimitero e le portai i fiori. 

Ancora oggi per questa ricorrenza mi reco a trovare i miei cari parenti che non ci sono più, e un fiore speciale l’ho per questa mia cara nonna.

La mia generazione aveva molto rispetto per la tradizione ma oggi i doni non li portano più i defunti, ma babbo natale per metterli sotto l’albero che non ha nulla di sacro come l’amore di chi da lassù continua a volerci bene, dimostrandolo attraverso i doni ai nipotini. 

Oggi le nostre tradizioni tendono a scomparire. Addirittura proprio in concomitanza della festa dei morti, si è aggiunta quella di Halloween che attira particolarmente i bambini, ma che non ha niente di umano e spirituale come la tradizione della ricorrenza dei morti che più dovrebbe avvicinare i piccoli al ricordo dei cari defunti. 

Non riesco ad accettare queste usanze importate dall’estero che tendono a soppiantare le tradizioni popolari. 

Forse era solo una dolce illusione, ma certamente qualcosa di meraviglioso che ci legava per l’eternità.