società

Via Venero, tra storia e presente

La storia di San Castrense e del vecchio monastero, i biscotti a S, i pilastri e la peste, lo Spasimo, il Canale, fino ai protagonisti di oggi in una via caotica e commerciale

By Provvidenza Gullo

October 23, 2022

[vc_row][vc_column][vc_gallery type=”flexslider_slide” interval=”3″ images=”178075,178074,178073,178072,178071,178070,178069,178068,178067,178066,178065,178064,178063,178061,178060,178059,178058,178057,178056,178055,178054,178053,178052,178051,178050,178049,178048,178047,178046,178045,178044,178043,178042,178041,178040,178039,178038,178037,178036,178035,178034,178033″][vc_column_text]Da un paio di anni a questa parte sono andata in giro per Monreale a visitare i vari quartieri, per conoscerne la storia e le peculiarità che li distinguono l’uno dall’altro. Vi ho parlato nei miei post della Ciambra, di San Vito, della Bavera e del Carmine, soffermandomi anche sui monumenti. Oggi vi voglio portare con me nella strada, forse, più caotica di Monreale, molto lunga e abbastanza trafficata, che porta fuori dalla città. 

Questa via per me ha alcuni punti di riferimento: nella sua parte iniziale, l’ex Caserma dei Carabinieri, anche se una buona parte dell’edificio dà su Piazza Inghilleri (al Canale), poi la Chiesa di San Castrense nella cui piazzetta omonima ammiriamo la bella villetta con il monumento ai caduti. Più avanti, dove confluisce la discesa Garibaldi conosciuta come “a scinnuta ru Signuri”, abbiamo “lo Spasimo”, chiamato così perché un tempo era sede di torture da parte dell’Inquisizione. Oggi, a nobilitare il luogo, vi è collocata la statua di Padre Pio. Infine i pilastri dove era agganciata la porta per accedere nel paese. 

La via è intestata all’Arcivescovo Girolamo Venero per i benefici apportati al paese con le sue iniziative.

Lui era di origine spagnola e fu nominato arcivescovo di Monreale nel 1620 da Papa Paolo V. Fece costruire attorno al paese le mura con le sue quattro porte, durante la peste del 1624 che aveva colpito Palermo, per salvaguardare la popolazione dal contagio.

Con i suoi provvedimenti, ha fatto sì che il numero dei decessi causati da questo virus non superasse il 3%, quando la peste del 1574 invece, aveva superato il 25%, dimostrando, inoltre, una grande generosità nel realizzare con proprie risorse un ospedale per gli ammalati, dal momento che quello preesistente non funzionava abbastanza bene. Diede disposizioni affinché i fornai non usassero frumento marcio e, come è successo con il covid 19, obbligò i cittadini a restare in casa e a non ospitare gente straniera con l’obbligo di rivelare il nome delle persone che giravano per il paese. Insomma peggio dei giorni nostri. Ricordo i commenti su facebook quando alcuni cittadini si lamentavano che la gente girava per il paese, vi ricordate? E magari quelli erano in fila per comprare il pane mantenendo le dovute distanze e con la mascherina.

All’Arcivescovo Venero si deve il culto del SS Crocifisso e la costruzione della Chiesa della Collegiata, dove viene ricordato con una lapide all’interno della medesima Chiesa.

Ritornando alla Caserma dei Carabinieri, oggi occupata dalla Polizia Municipale, ho un caro ricordo e non c’è una volta che, passando da lì, i miei occhi non vadano alla finestra della stanza dove ci lavorava un mio parente che era Appuntato dei Carabinieri, a cui ero molto affezionata. A qualunque ora, allora, passavo in compagnia dei miei genitori, erano gli anni ‘50/’60, lo vedevo sempre con la testa china sulla macchina da scrivere. Cercavo di richiamare la sua attenzione chiamandolo, ma difficilmente alzava gli occhi dal suo tavolo di lavoro e, se anche ci avesse visto, avrebbe fatto finta di non conoscerci, perché in quell’epoca i Carabinieri non potevano fare servizio nella stessa città dei parenti della propria famiglia (oggi questa normativa non c’è più). Era un uomo molto buono e amato da tutti coloro che lo conoscevano e, quando morì all’età di 50 anni circa, molti lo rimpiansero in paese. 

In quel periodo i Carabinieri si vedevano spesso per la città, facevano  la ronda, avanti e indietro per il Corso, e con loro c’era più contatto umano rispetto ad oggi che girano con la macchina. 

Ero affascinata dalla divisa e sognavo di diventare un giorno anche io Carabiniera. Ma a quei tempi non c’erano queste opportunità per le donne. Più che altro lo facevo perché, essendo una accanita lettrice di libri gialli, sognavo di mettere in gatta buia tutti i malviventi. Tutti sogni campati in aria, mi divertivo tanto a sognare. 

All’inizio della via, proprio davanti all’edificio dell’ex Caserma, vi è una meravigliosa aiuola con palme e piante varie, circondata da un sedile di marmo dove i passanti approfittano per riposarsi, e a volte anch’io mi siedo lì per guardare il “passìo” della gente che va e viene, tutta presa dai propri impegni.  

Andando più avanti, sulla sinistra, c’è la Chiesa parrocchiale di San Castrense riccamente decorata all’interno con stucchi serpottiani e dedicata al Santo omonimo e patrono di Monreale. Su questo venerato santo c’è una leggenda che vi voglio raccontare.

Lui viveva in Africa attorno al 440, al tempo della persecuzione dei Vandali che avevano strappato il territorio all’Impero Romano d’Occidente, finendo prigioniero assieme ad altri cristiani perché non erano disponibili a rinnegare la loro fede cristiana.

La leggenda racconta che apparve un angelo che disse loro: “Ecco, il Signore nostro Gesù Cristo mi manda perché siano rassicurati i vostri cuori: i vostri persecutori cercheranno di affondarvi nel profondo del mare ma sappiate che l’eterno Re a ciascuno di voi ha già preparato una regione in cui troverete pace in Gesù Cristo, e gli abitanti grazie a voi saranno liberati da ogni orrore”.

E così fu. Il re dei Vandali Genserico decise, dietro consiglio del suo Ufficiale Aristodemo, di imbarcare Castrense e tutti i prigionieri su una imbarcazione lasciando che questa andasse alla deriva nel mar Mediterraneo, ma miracolosamente si salvarono, approdando nelle coste campane. 

In seguito, si racconta che Castrense diventò vescovo di Castel Volturno o di Sessa Aurunca (Caserta) dove morì.

Vi chiederete come mai sia diventato Patrono di Monreale. Un motivo c’è. Le sue reliquie furono donate dal Vescovo Alfano di Capua al Re Guglielmo II per le sue nozze con Giovanna, la sorella di Riccardo Cuor di Leone. In quell’epoca si usava fare questi regali ed era un prestigio per chi le riceveva.

Oggi queste reliquie sono conservate in un’ urna argentea nella cappella omonima nel Duomo di Monreale e ogni anno, l’11 febbraio, nel corso della festa dedicatagli, vengono  portate in processione alla chiesa di San Castrense, da dove poi, dopo una funzione solenne, rientrano in Cattedrale. 

Nel XV secolo accanto a questa chiesa c’era il monastero femminile dei Benedettini, costruito per volontà dell’Arcivescovo Juan Borgia nel 1499, detto anche Badia Grande, con un ampio giardino che oggi è diventato un parcheggio circondato dagli odierni palazzi. 

Le monache, oltre alle altre attività religiose, si occupavano di preparare varie specialità di dolci e fu proprio in questo luogo che venne alla luce il famoso biscotto a forma di S, il tipico biscotto di Monreale, cavallo di battaglia del biscottificio Modica, sito in via Veneziano al “Pozzillo”. 

Dopo la legge di soppressione delle corporazioni religiose, il monastero venne ceduto al Comune che lo destinò alla scuola, ma attorno al 1930, essendo in precarie condizioni, venne demolito per volontà del podestà e al suo posto venne edificata la Caserma dei Carabinieri di cui ho già parlato.

Proseguendo il cammino, ci accorgiamo che questa bella e spaziosa strada è la più caotica di Monreale anche perché è quella che conduce fuori dal paese sia per andare verso Palermo che verso Pioppo. Possiamo affermare che è un vero e proprio centro commerciale per la miriade di negozi di varia natura che vi si susseguono: bar per rifocillarsi, ricordo il bar Modica, quello dello spasimo e quello ai portici sulla destra dopo i pilastri. E non solo bar ma anche l’antica focacceria di Perna molto rinomata per il panino con le panelle, fruttivendoli con frutta e ortaggi dai variopinti colori, esposti coreograficamente per incoraggiare i clienti a fermarsi, negozi alimentari, come Taormina prima dei pilastri, e chi più ne ha più ne metta. Non manca nemmeno il ciabattino che ripara le scarpe, sotto i Portici, il signor Cavolo, in un’epoca in cui l’artigianato è al tramonto. L’elenco potrebbe proseguire con ambulatori medici, negozi di abbigliamenti ecc., per cui la via è affollata non solo di auto ma anche di persone in giro per fare acquisti.

Le macchine parcheggiate, anche in doppia fila, e il continuo traffico di camion, autobus e mezzi di tutti i tipi, si vanno a congiungere, come in un imbuto, con le altre vetture che scendono dalla via Garibaldi, creando così un traffico caotico, specialmente durante le ore di entrata e uscita dalle scuole. Per non parlare dell’inquinamento che producono creando tanti problemi ai passanti, specialmente alle mamme che con le loro carrozzine devono fare anche lo slalom tra le macchine parcheggiate.

Le case, che nei secoli scorsi erano a pianoterra e a primo piano, sembra che, dagli anni ‘60 in poi, siano lievitate diventando palazzoni di cemento che si susseguono l’uno attaccato all’altro fino alla fine della strada e oltre i pilastri, fino ad arrivare quasi al semaforo della circonvallazione.

In uno di questi palazzi, ricordo, aveva lo studio dentistico il dottore Valerio. Parlo degli anni ‘60/’70. Lo ricordo come fosse adesso. Ci accompagnavo mio padre per curarsi i denti e alcune volte ho subito anche io le sue torture. Chi ama andare dal dentista!?

Era un tipo molto simpatico e, ogni volta che ci andavamo, aveva sempre battute di spirito, forse era un suo metodo per distrarre e alleviare i pazienti dalle torture che subivano sotto le sue siringhe anestetiche e tenaglie per estirpare i denti. Con me in particolar modo lo era di più, forse guardandomi in faccia gli ispiravo il buonumore. Capitava che, mentre si accingeva ad infilzarmi la siringa con l’anestesia, mi faceva domande a cui logicamente non potevo rispondere, ma io inconsciamente cercavo di farlo senza pensare che mi stava pungendo, non avvertendo così il dolore bruciante del medicinale che si diffondeva nella mia povera gengiva. Era troppo simpatico!

Arrivando allo Spasimo, proprio all’incrocio con la via Garibaldi, una bella piazzetta ospita la statua di Padre Pio, sempre contornata di piante e fiori, molto venerato dai cittadini.

Ogni anno, per la festa del Crocifisso, i fratelli della Confraternita fermano la vara proprio davanti alla sua statua e lì sparano i fuochi d’artificio per la gioia di tutti i fedeli.

Anche qui, accanto alla  statua, due belle aiuole, anch’esse con una base in marmo dove i passanti hanno la possibilità di riposarsi, e una bella balconata, inoltre, offre al passante la visione panoramica della via della Repubblica sottostante. Un panorama, purtroppo, fatto anch’esso di palazzoni che coprono la visuale della Conca d’oro.

Proseguendo nella via, alla destra, proprio accanto ai Pilastri, c’è una piazzetta intitolata  al Capitano Basile, vittima della mafia, e utilizzata anche come parcheggio. Ma quello che più ci colpisce è la presenza di un negozio di frutta e verdura con il suo stand sempre addobbato scenograficamente, noto a tutto Monreale col soprannome di  “U biunnuliddu”. “Nni viremu nno biunnuliddu” è un modo di dire di chi si dà appuntamento in quella zona. Nello stesso tratto il rinomato negozio di “Pino Madonia” conosciuto da tutti a Monreale per la sua merce sportiva. Non mancano molti altri negozi in questo tratto. 

Oltre i pilastri, che risalgono al XVIII sec., quando tutto era vegetazione con una trazzera che conduceva verso Partinico, oggi c’è una strada asfaltata sempre affiancata da palazzi e due bivi, uno che scende in via della Repubblica e l’altro in via Aldo Moro, creati, secondo me, quando ancora non c’era un piano regolatore, attorno agli anni ‘60/’70. 

Il traffico automobilistico vi regna sovrano, caotico specialmente quando l’autobus che sale dalla via Aldo Moro incontra lungo il suo percorso qualche macchina parcheggiata male.  E allora si ferma tutta la circolazione, creando chilometriche file di auto sia dalla via Aldo Moro che dalla via Venero, in attesa dei vigili urbani che provvedano a risolvere il problema.

La via Venero giunge al semaforo della Circonvallazione e procede oltre. Essa sembra non finire mai, è la via più lunga di Monreale. Al di là del semaforo della statale, caseggiati e villette si alternano lungo la via e anche all’interno nella campagna. 

Io non ero a conoscenza di questa prosecuzione della via Venero, me ne sono accorta solo quando ho avuto bisogno di cure fisioterapeutiche presso lo studio del dott. Emanuele Napoli che si trova proprio in questo borgo molto carino in quanto ancora resiste la vegetazione che oltre questo studio si fa sempre più fitta con poche palazzine.  

In questo luogo, nel secolo scorso, vi era una bellissima sorgente adesso prosciugata e un lavatoio dove le donne lavavano i panni. C’è anche un’edicola votiva molto trascurata che avrebbe tanto bisogno di essere restaurata e che dovrebbe essere inserita nel percorso storico culturale e artistico della cittadina.

 

 

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