[vc_row][vc_column][vc_gallery type=”flexslider_slide” interval=”3″ images=”176394,176393,176392,176391,176390,176389,176388,176387″][vc_column_text]Due bellissime cornici di pubblico a Monreale la sera del 25 e al Borgo Parrini di Partinico il 26, hanno partecipato alla presentazione del libro di Pippo Di Vita “ll Palazzo dei Pupi” edito da Armando Siciliano, moderata da Roberto Greco.
Cosa scrive nel suo libro l’autore? 200 anni di mafia, omicidi eccellenti, stragi, depistaggi, trattative, false verità, processi aggiustati, il tutto corredato dalle amare e tragiche storie dei familiari delle vittime di mafia, con un fronte antimafia spaccato da falsi e ipocriti pupari.
L’autore ha dialogato con alcuni familiari; Giovanni Chinnici, figlio di Rocco che, nella prefazione del libro, descrive l’impegno del padre giudice istruttore, unico baluardo del palazzo di giustizia, a ritornare in ufficio i pomeriggi portando con sé Giovanni piccolo, che gioca in questi corridoi tetri e lasciati deserti dai colleghi del padre che agivano da burocrati spesso sfottendolo.
Carmine Mancuso, figlio di Lenin, ucciso con il giudice Terranova che si era da poco insediato al palazzo, lui che aveva condotto il primo processo alla mafia a Catanzaro contro i 117 mafiosi assolti.
Adriana Musella, figlia di Gennaro, che denunciò il malaffare per la costruzione del porto di Bagnara Calabra e venne fatto saltare in aria con un’auto bomba.
Carmen Bertuccio, oggi poliziotta dello stato a cui la ‘ndrangheta uccise il padre rifiutatosi di consegnare le proprie armi ai malavitosi.
Antonio Castelbuono, figlio di un vigile urbano di Bolognetta che si era offerto di trovare il nascondiglio di Bagarella dopo l’eccidio di Ficuzza e per questo pagò con la vita.
Placido Rizzotto, nipote omonimo del sindacalista di Corleone ucciso per avere contrastato i corleonesi mafiosi assoldati ai proprietari terrieri che non vollero nulla sapere della riforma agraria.
Francesca Bommarito, sorella di Giuseppe, caduto nella strage di via Scobar, forse il vero bersaglio insieme al cap. D’Aleo e Pietro Morici. Durante il suo intervento Claudio Burgio (presidente dell’osservatorio per la legalità Giuseppe La Franca), ha voluto commemorare la scomparsa del fratello del cap. D’Aleo, Antonio, già questore di Mantova, deceduto giorno 24, e a significare la sua vicinanza quasi familiare all’Arma dei Carabinieri alla presenza del cap. Andrea Quattrocchi e del m.llo Antonio La Rocca. “Ho avuto mio suocero nell’arma, congedatosi da m.llo maggiore sotto il comando del generale Dalla Chiesa quando era comandante della legione carabinieri di Palermo e ho voluto ricordare anche il papà di Marco Intravaia (presidente del consiglio comunale di Monreale, ndr) caduto nella strage di Nassiriya”. Toccante il monologo del dr. Marcello Alessandro su Claudio Domino. L’omicidio del bambino di 11 anni, avvenuto durante il maxi processo, interruppe la pax mafiosa costringendo cosa nostra l’indomani a fare alzare dalla gabbia Giovanni Bontade per dichiarare che cosa nostra con l’omicidio di Claudio non c’entrava. E allora chi uccise Claudio e perché? Questo si sono chiesti nel loro intervento sia Graziella che Ninni, genitori di Claudio da 36 anni senza verità e giustizia, raccontando la storia raccapricciante della distruzione della loro grande azienda di pulizie (aula bunker, questure, prefetture e altro, con 1300 dipendenti) voluta da prefetti e magistrati e da un certo sindaco di Palermo.
Infine l’intervento dell’autore che, dopo avere ringraziato tutti e plaudito agli interventi istituzionali puntuali e di sensibile contenuto del Sindaco Arcidiacono e del cap. Quattrocchi, ha dialogato con il carabiniere Malvestuto, raccontando la storia di suo suocero, il m.llo dei cc Vito Ievolella, ucciso dalla mafia nel 1981, lasciato solo dall’arma, dopo avere consegnato il rapporto su 41 mafiosi capeggiati dal boss della Kalsa Spadaro, dedito al traffico del contrabbando e della cocaina. Malvestuto e Pippo ne hanno descritto l’impegno e il formidabile intuito investigativo. Infine l’autore ha fatto un’analisi profonda del perché dopo 200 anni la mafia non sia stata sconfitta e la risposta sta tutta nel palazzo dei veleni e nelle responsabilità politiche.[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row]