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Solo è il coraggio: l’eredità di Giovanni Falcone

La lotta alla mafia diventata una necessaria ragion di vita, un alto senso dello Stato

Trent’anni fa iniziava Tangentopoli. Trent’anni fa Luca Barbarossa vinceva Sanremo con una canzone dedicata alla mamma. Trent’anni fa c’erano le olimpiadi invernali di Albertville. Trent’anni fa venne creata la bandiera ucraina. Trent’anni fa trionfò agli oscar “Il silenzio degli innocenti”. Trent’anni fa il capo dello Stato Cossiga si dimise e il Parlamento venne chiamato a scegliere un nuovo presidente. Trent’anni fa un boato, si sgretola l’asfalto, fumo, sirene, fuoco. Era un sabato quel 23 maggio, 17:57. Esplode un tratto dell’autostrada A29 nei pressi di Capaci. Giovanni Falcone, la moglie e magistrata Francesca Morvillo, gli agenti di scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro. Il resto conosciamo: Palermo, la Sicilia, l’Italia non saranno più le stesse, qualcosa cambia, 57 giorni dopo la storia si ripete, senza pietà, con altre donne e uomini dello Stato.

In occasione del trentennale della strage di Capaci, Roberto Saviano ha scritto un libro dedicato alla figura di Giovanni Falcone. Solo è il coraggio (Bompiani, 512 pp., 24 euro) è un tentativo di raccontare due lati del noto magistrato antimafia: l’uomo delle istituzioni e delle procedure e l’uomo cittadino, come tutti, che soffre incomprensioni e isolamenti. La carriera di Falcone è conosciuta e parla da sé, il magistrato sa bene cosa ha comportato l’aver deciso di perseguire una strada ben precisa. La lotta alla mafia, quella cosa lì considerata una favola, è diventata una necessaria ragion di vita, un alto senso dello Stato. Pochi sono stati al suo fianco e hanno capito quel senso. Paolo Borsellino, collega e amico, probabilmente più di tutti sapeva cosa provava Giovanni Falcone. Le critiche, le accuse di protagonismo (vedi i dubbi sul fallito attentato all’Addaura), le ripicche, le delusioni cocenti, il trasferimento a Roma. Falcone si muove, attua, lotta per quanto parecchi sguardi siano di sfiducia e di sottovalutazione del suo lavoro. Saviano porta alla luce quest’insieme di sentimenti e professionalità, umore ed etica.

Cosa ci rimane, trent’anni dopo, a noi tutte e tutti? Cosa nostra c’è, vive più di quanto si pensi. La fase stragista è finita, le strategie sono cambiate. In trent’anni, di acqua sotto i ponti ne è passata. La mentalità mafiosa c’è, esiste, si infila tra e in noi. Muoiono persone, (e che persone). Non muoiono certamente le idee, una cultura solida della legalità che non deve essere viva solo per l’occasione di domani o del 19 luglio. C’è un qualcosa di più profondo, indescrivibile in parte, che riguarda il nostro senso di sentirci Stato. Sì, c’è il disgusto per la politica, sì. Ma questa successione di persone – Falcone, Morvillo, Schifani, Dicillo, Montinaro – dovrebbe contribuire a sbloccare le nostre potenzialità di cittadini, di vera onestà, di rispetto, di tolleranza. Non commemoriamo soltanto: ricordiamo e attuiamo, facciamolo.

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