Apprendiamo in questi giorni di uno spiacevole episodio che a Monreale ha visto protagoniste due ragazzine coinvolte in una furiosa lite che ha destato particolare sdegno per i suoi forti connotati aggressivi, sia sul piano verbale che fisico; successivamente, durante le festività dedicate al SS Crocifisso, un paio di altre riprovevoli risse si sono verificate nel nostro territorio e hanno visto implicate indistintamente uomini e donne, anche di età adulta.
Accolgo prontamente l’invito della redazione di Filodiretto ad offrire una mia riflessione su questi eventi inammissibili, che particolarmente hanno fatto discutere la nostra comunità; consapevole della non connessione tra ciascuna delle situazioni verificatesi, tuttavia ritengo sia importante potere analizzare il fenomeno dal punto di vista psicosociale, cercando di rintracciarne le possibili origini, analizzandolo senza alcun intento giudicante, e con l’obiettivo di provare a individuarne possibili rimedi.
Sicuramente non si possono negare le conseguenze che le recenti e frustranti restrizioni sociali anti-Covid possono avere innescato in particolare sulla fascia di popolazione giovanile, e che queste possano avere verosimilmente facilitato condotte aggressive e prevaricanti, dettate dalla frustrazione precedentemente subita; tuttavia occorrerebbe adottare un approccio che tenga conto della complessità che spesso contraddistingue tutti quegli atteggiamenti violenti e che si manifestano sia sul piano fisico che psicologico.
In tal senso occorre evidenziare la frequente e palese inadeguata gestione del conflitto in termini relazionali, che riguarda indistintamente tutte le fasce di età del nostro contesto sociale: all’origine di ciò si possono addurre motivazioni culturali, rintracciando una matrice comportamentale disfunzionale, che inizialmente rinforza la messa in atto di atteggiamenti evitanti il confronto ed il dialogo (se non in modo indiretto attraverso il pettegolezzo o l’ingiuria spesso coadiuvati dai social network), portando presumibilmente allo scontro verbale, fino all’escalation sul piano fisico.
Psicologicamente dunque ci troviamo di fronte ad una dinamica di tipo passivo-aggressivo, tramandata ed acquisita a livello transgenerazionale, resa ancor più esplosiva se i suoi protagonisti presentano tratti di personalità dediti alla messa in atto di comportamenti antisociali, spesso acquisiti all’interno dei contesti di origine e appartenenza.
L’incapacità di gestire il conflitto in maniera più civile e funzionale ravvisabile a livello locale, è un fenomeno tristemente noto e che ritroviamo su larga scala mondiale ed a livelli macrosociali, soprattutto nell’ambito degli attuali conflitti armati che insanguinano ancora alcune parti del mondo e che denotano l’ennesima sconfitta della diplomazia e della ragione.
Recentemente tale parallelismo è stato ampiamente discusso a Monreale nell’ambito della Conferenza dal titolo “L’Uomo fa la guerra all’Uomo”, organizzata dall’ IIS Basile D’Aleo e coordinato dalla redazione di Filodiretto; l’evento, che ha visto la partecipazione attiva di relatori, testimoni diretti, docenti e studenti, ha approfondito l’origine del conflitto bellico in Ucraina con tutte la sue tragiche connotazioni. In tale occasione il mio personale contributo ha esplorato, dal punto di vista psicoanalitico, le origini più ancestrali di quegli impulsi aggressivi che possono spingere alla conflittualità ed alle condotte distruttive.
Con l’ausilio del pensiero di Freud, è possibile comprendere come pulsioni di vita e di morte siano assolutamente compresenti in noi ed in continua contrapposizione: alla luce di ciò gestire funzionalmente il conflitto implica in primo luogo il riconoscimento ed il controllo delle nostre pulsioni interne più demolitrici; non è forse più conveniente anteporre l’incontro e la dialettica allo scontro oppositivo, favorire il pensiero rispetto all’azione, promuovendo l’intelletto e la ragione anziché l’aggressività prevaricante?
Siamo consapevoli di quanto tutto ciò sia una meta piuttosto ardua da realizzare, visto che ad oggi, come asseriva successivamente Erich Fromm, “solo la specie umana aggiunge al naturale processo aggressivo di tipo difensivo e adattativo il bisogno assoluto di controllo e quindi di distruttività”.
Come gruppo analista non posso che intravedere nel gruppo esperienziale e/o terapeutico uno dei dispositivi più potenti ed efficaci per porre rimedio alla problematicità che le comunità incontrano nell’approcciarsi. Nei gruppi che conduco insieme agli insegnanti, nei contesti scolastici in cui opero, emergono importanti fattori di crescita capaci di rimettere al centro la persona e la qualità nelle relazioni interpersonali, incanalando le pulsioni distruttive e le condotte disfunzionali; ciò consente il dispiegarsi del legame sociale, l’ascolto reciproco, e la co-gestione delle dimensioni più viscerali. Auspico fortemente che questo ed altri dispositivi possano essere implementati sempre più frequentemente in tutti i contesti sociali, al fine di attivare nuovi percorsi esperienziali rivolti a qualsiasi fascia di età: “andare per gruppi” consentirebbe di vivere l’incontro con l’altro, il diverso, lo straniero, non più come qualcosa da cui difendersi, bensì quale occasione di ulteriore crescita personale ed arricchimento umano.
Dott. Giovanni Ferraro
Psicologo Psicoterapeuta
Dottore di ricerca in Psicologia