Lessi tanti anni fa un eccellente articolo riguardo alla festa del primo maggio sulla rivista del Manifesto, allora curata da Rossana Rossanda. Si sottolineava in quell’articolo – provocatoriamente – che il primo maggio nacque come FESTA DEL NON LAVORO.
La provocazione era solo apparente, infatti l’obiettivo principale di questa giornata internazionale – sin dalla sua origine- fu quello della riduzione della giornata lavorativa ad 8 ore. Alle origini della rivoluzione industriale se ne facevano anche 16 (16!): donne e bambini compresi (successivamente con qualche ora di sconto…. bontà loro!).
Alla fine il risultato delle 8 ore (e anche meno) é stato raggiunto. Certo, c’entra pure l’evoluzione tecnologica, ma l’apporto del movimento sindacale dei lavoratori e della sinistra del ‘900 (specie di quella riformista) fu fondamentale.
Prova ne sia che anche nei cosiddetti “paesi emergenti” ci sono le tecnologie, eppure lì si lavora per 10/12 ore al giorno con una ininterrotta oppressione senza diritti! Con un connubio stretto tra multinazionali, regimi a partito unico e/o paesi comunque illiberali.
Il tema del “Non lavoro” é quanto mai attuale oggi. È collegato pure ai temi ambientali.
Se la spaventosa concentrazione della ricchezza (il 20% della popolazione mondiale più ricca possiede l’equivalente dell’80% meno ricca e più povera) fosse redistribuita, si migliorerebbero le condizioni dei lavoratori di tutto il mondo (riduzione e umanizzazione delle ore di lavoro, salari appropriati, ect) e al tempo stesso non ci sarebbero più milioni di morti per fame e malattie curabili. Almeno dieci milioni ogni anno!
Se la ricchezza – oltre a essere redistribuita – fosse complessivamente ridotta e indirizzata verso consumi collettivi ed essenziali ne trarrebbe un grande beneficio l’ecosistema. Le risorse non sono illimitate. La cosiddetta “economia green” da sola non può bastare.