L’emergenza socio-sanitaria scatenata dall’espansione pandemica da Covid-19 ha reso necessaria tutta una serie di misure protettive per contenere il rischio di trasmissione e per mettere in sicurezza il più possibile la popolazione: il distanziamento sociale, la profilassi, la sospensione dell’attività didattica frontale, la limitazione di spostamenti non necessari e la chiusura delle attività produttive ritenute non essenziali, hanno senz’altro limitato l’entità della trasmissione del virus, stravolgendo tuttavia le condizioni di vita dell’intera nazione, sia sul piano pratico che emotivo-esistenziale, in speciale modo a fronte dell’osservanza delle condizioni di isolamento e di permanenza nel proprio domicilio in condizione di quarantena protettiva.
Sebbene diversi siano gli ambiti di lavoro, che nonostante gli accorgimenti protettivi e l’attuazione delle misure di sicurezza governativa, hanno mantenuto un certo potenziale di contagio, i contesti socio-sanitari sono senz’altro quelli risultati maggiormente sottoposti al rischio di diffusione di Coronavirus: sin dalla prima propagazione dell’emergenza epidemica, le categorie professionali di medici, infermieri e personale socio-sanitario si sono trovate ad agire all’interno dei propri setting di intervento, fronteggiando in prima linea il diffondersi dell’epidemia e delle sue devastanti manifestazioni, fortemente esposte al rischio di contagio, nonché ad un rilevante quanto invalidante sovraccarico operativo ed emotivo.
Alcuni rilevanti fattori, quali la carenza di adeguati dispositivi di protezione individuale, la precarietà organizzativa di turni di lavoro incalzanti, l’incombere di stanchezza psicofisica in assenza di recuperi e riposi sufficientemente adeguati, nonché le ingenti pressioni cui il servizio sanitario è sottoposto, hanno contribuito significativamente ad appesantire ulteriormente anche il vissuto emotivo dei professionisti in ambito ospedaliero.
Il protrarsi della situazione di grave e perenne emergenza, associato alla paura del rischio di essere contagiati sul posto di lavoro e di trasmettere il virus ai propri famigliari, l’esposizione continua al dolore, alla rabbia e all’angoscia per la perdita di pazienti e colleghi, la separazione spesso prolungata dalla famiglia, i repentini cambiamenti nelle pratiche e procedure di lavoro, il manifestarsi di criticità cliniche e di cospicui decessi causati dalle gravi compromissioni causate dagli effetti devastanti del Coronavirus, sono soltanto alcune delle più complesse componenti dell’usurante sovraccarico umano e professionale, responsabile dell’innescarsi di quella forma di malessere psicofisico che a lungo andare si configura quale stress psicofisico correlato al lavoro che può determinare, a lungo termine, un considerevole esaurimento delle risorse psichiche dei medici e del personale infermieristico.
Lo stress cronico di cui parliamo, a cui medici e infermieri sono mediamente soggetti, assume in particolare ai tempi odierni di pandemia conclamata, livelli di problematicità tali da determinare un cospicuo esaurimento delle risorse prestazionali e psicologiche: l’esposizione a tensione emotiva cronica può influire pesantemente sulla salute psicofisica di medici e infermieri, determinando forme di sofferenza che vanno dal riscontro di difficoltà di concentrazione e memoria, di problemi di insonnia e psicosomatici con possibili alterazioni del comportamento, fino a sintomi di ansia e depressione; si tratta di condizioni che possono modificare significativamente le risposte fisiologiche dell’operatore sanitario, esponendolo in maggior misura al pericolo di contagio ed al rischio di ricadute potenzialmente pericolose.
Tutti questi effetti richiedono pertanto interventi immediati, non solo miranti alla gestione ed al contenimento del rischio biologico, attraverso l’adozione di più adeguate forniture di dispositivi di protezione individuali in quantità sufficiente per gli operatori sanitari o altro personale di supporto, nonché al contenimento del rischio psicosociale derivante dallo stress correlato all’articolata emergenza sanitaria vissuta tra i reparti ospedalieri.
Tale articolata condizione lavorativa renderebbe necessario un rafforzamento dell’entità degli interventi volti al supporto individuale e al sostegno psicologico del personale sanitario, che si trova in evidente condizione di malessere e sofferenza a causa delle condizioni di forte stress lavorativo in cui riversa e che possono determinare l’insorgenza di veri e propri disturbi post traumatici da stress tipici di chi combatte sul fronte dell’emergenza.
Per tale ragione il Dipartimento di Medicina Epidemiologia e Igiene del Lavoro e Ambientale (Di.Me.i.La) dell’INAIL, unitamente al Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi (CNOP), hanno attuato una proficua collaborazione finalizzata all’individuazione e all’effettiva implementazione di strumenti clinici metodologici, volti a fornire supporto psicosociale agli operatori sanitari per la gestione dello stress e del malessere emotivo legato all’emergenza COVID-19. L’INAIL, già impegnato a sondare maggiormente gli elementi di rischio in fatto di prevenzione di stress correlato al lavoro, ha trovato appoggio nel CNOP per intervenire attraverso azioni mirate allo sviluppo e alla tutela del benessere in ambito lavorativo; più nello specifico, l’iniziativa congiunta dei due Enti ha quale finalità prioritaria quella di garantire l’attivazione di un servizio di supporto e sostegno psicologico e psicosociale rivolto agli operatori sanitari.
Tale iniziativa, che prevede di attivare questi servizi di sostegno in tutte le aziende sanitarie locali, intende offrire interventi di supporto psicologico clinico volti a recepire i bisogni e rispondere alle possibili problematiche che possono manifestarsi in tutti gli operatori socio-sanitari, coinvolti nella rete di gestione dell’emergenza Covid-19: gli operatori sanitari degli ospedali, il personale di pronto soccorso, gli operatori dei dipartimenti di prevenzione e dei servizi epidemiologici, dei servizi ambulanze, delle Residenze Sanitarie Assistite (RSA), e non per ultimi i medici di famiglia, i pediatri, gli assistenti sociali e domiciliari.
Il servizio, nel rispetto delle norme protettive vigenti, prevede un primo contatto diretto da remoto a cui accedere in ampie fasce orarie, una scheda di triage psicologico che consenta di monitorare in qualsiasi momento le condizioni dell’operatore sanitario che prende contatto con il servizio, nonché la possibilità di confronti in assetto di gruppo composti dai dipendenti sanitari, favorendo il confronto da remoto tra colleghi, nel rispetto della normativa, del Codice Deontologico e delle indicazioni del Cnop.
L’iniziativa di tale collaborazione tra INAIL e Ordine degli Psicologi, volta al sostegno degli operatori sanitari che quotidianamente lottano contro l’emergenza pandemica, si iscrive pertanto nell’ambito di quei progetti che puntano al cosiddetto lavoro di rete tra servizi: una strategia divenuta oggi assolutamente indispensabile per far fronte alle distanze fisiche e operative rese ancora più ampie tra i diversi servizi territoriali dalla forza devastante dello tsunami Covid-19.
La cosiddetta Fase 2 già promossa e anticipata nel corso del più recente DPCM ed in via di implementazione da parte del governo nazionale, prevederà una nuova progettualità in campo sanitario, attraverso l’ausilio di un coordinamento più vigoroso tra i canali di supporto medico al servizio della comunità più ampia.
Su questa nuova linea organizzativa, in ambito regionale si inserisce opportunamente il supporto delle Unità speciali di Continuità assistenziali (USCA), le quali saranno di supporto ai Medici di base, realizzando una rete di contenimento e di cura per le famiglie di soggetti affetti da Covid-19, nonché per i pazienti in isolamento domiciliare o ricoverati per Covid e dimessi dai Presidi Ospedalieri.
In attesa che tale auspicato potenziamento delle azioni volte al rafforzamento del Servizio Sanitario Nazionale acquisisca una sua fattiva efficacia, alcune indicazioni e accorgimenti psicologici potrebbero essere adottati da parte del personale sanitario, nell’ottica della difesa del proprio equilibrio psicofisico e socio-relazionale:
- Organizzare per quanto possibile il proprio carico di lavoro, preservando il più possibile il tempo e lo spazio da dedicare all’alimentazione sana, alle pause, al riposo ed a un minimo di esercizio fisico che consenta di scaricare le forti tensioni accumulate;
- Dedicare almeno cinque minuti al giorno ad una sorta di diario di bordo, in modo da tracciare brevi ma significative riflessioni sull’intensa esperienza umana e professionale che si sta vivendo; all’affacciarsi di sentimenti di sconforto ed impotenza, servirebbe ritornare con la mente ai risultati conseguiti nel corso della propria vita professionale, provando ad accettare i limiti incontrati, contestualizzandoli alle circostanze appena vissute e riguardandoli come occasioni di ulteriore crescita formativa ed esperienziale; questo consentirà di avere maggiore consapevolezza del carico emotivo subito ed eventualmente ricorrere al supporto da parte di psicologi e psicoterapeuti per affrontare nodi emotivi e disagi psichici;
- Pianificare occasioni di confronto con i colleghi, non solo ai fini organizzativi ed operativi, ma soprattutto per rafforzare l’intesa e il supporto reciproco a fronte di situazioni altamente provanti sul piano emotivo; ciò rafforzerà il senso dell’efficacia percepita nonché il legame professionale e umano già instaurato con i propri compagni di viaggio;
- Avvalersi dell’uso delle tecnologie social (Whatsapp, Facebbok; Instagram) per raggiungere più velocemente i propri famigliari, gli amici e le persone significative della propria vita; ciò consentirà ai medici ed agli operatori sanitari di sentire più vicini i propri cari, disattivando con destrezza quell’angoscia derivante dalla distanza adottata per adempiere al proprio ruolo, nonché per proteggere i propri cari dal rischio del contagio;
In conclusione occorre sottolineare come il supporto psicologico, quale dimensione destinata all’ascolto e alla presa in carico di disagi emotivi più o meno gravi, riguardanti medici e infermieri impegnati in prima linea alla lotta al Coronavirus, si configura quale ulteriore dispositivo di protezione individuale dell’operatore sanitario, in aggiunta a quelli a difesa del rischio biologico.
Si auspica che le istituzioni sociali e sanitarie assimilino sempre più tali accorgimenti a tutela della salute e della sicurezza professionale del personale medico ed infermieristico.
Piuttosto che rifugiarci soltanto attorno all’immaginario dell’eroe, occorrerà attenzionare maggiormente dimensioni quali fragilità e umanità che caratterizzano chi cura tra i reparti ospedalieri: un dovere sociale che avrà importanti ricadute effettive sui pazienti.
A tal proposito ripenso inevitabilmente ad uno dei principi che maggiormente hanno nutrito la mia formazione analitica e clinica: “difficilmente si potrà essere d’aiuto al prossimo se prima non ci si protegge e tutela sufficientemente e responsabilmente”.
*A cura del dott. Giovanni Ferraro
Psicologo Psicoterapeuta, Dottore di ricerca in Psicologia
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