Cronaca

In giro nella Chinatown palermitana, senza mascherina

By Maria Rosa Buono

February 02, 2020

PALERMO – Tra i tanti articoli che pullulano sul web, circa l’emergenza coronavirus, ho letto un pezzo, in una famosa testata nazionale, di un giornalista che si è fatto un giro in via Paolo Sarpi, la chinatown di Milano, per fare due chiacchiere con i numerosi esercenti del luogo.

Ebbene ciò che è emerso riguarda essenzialmente una flessione di oltre il 50% dei clienti e un settore economico messo in ginocchio in pochi giorni. La memoria ci rimanda ad altre analoghe e relative paure, al virus della mucca pazza e dell’aviaria: in quel caso ci fu una crisi nera di macellerie e pollerie, senza precedenti.

Allora ho voluto farmi anch’io un giretto tra via Lincoln e via Archirafi, la chinatown palermitana. 

Con la scusa di acquistare una piccola bilancia, sono entrata in diversi negozi cinesi, risultato: un incredibile deserto. Incredibile perché trattasi di negozietti, ormai “storici” e frequentatissimi, stracolmi di ogni possibile prodotto. Negozietti che già conoscevo perché ogni maestra che si rispetti, in posti come questi, trova, senza svenarsi, parecchi materiali utili per realizzare strumenti didattici “fai da te”. 

Un effetto collaterale inquietante che misura la linea sottilissima che intercorre tra paura e psicosi.

La paura di un possibile virus letale, il tam tam mediatico, la gente che entra in ansia, l’ansia che genera il panico, il panico che si manifesta in un terrore diffuso, abbastanza ingiustificato…un circolo vizioso che si autoalimenta in una spirale senza fine. La prudenza è sempre un ottimo filtro, per metabolizzare i fatti umani, il terrore, invece, è cieco perché sollecita un individualismo feroce, che ci fa perdere il contatto con le persone e con la realtà.

A volte, in queste emergenze sanitarie, si è più propensi a cogliere i dati catastrofici, più immaginari che reali, rispetto a quelli statistici, nettamente più plausibili, poiché, nei riguardi di quest’ultimi, si sviluppa una sorta di diffidenza collettiva basata sull’ulteriore dato inquietante del “chissà cosa ci nascondono”. 

Stando ai numeri attuali, che vanno comunque considerati con cautela, poiché costantemente in divenire, il tasso di mortalità del coronavirus si attesterebbe poco sopra al 2%.

E per questo gli esperti tendono a considerare la situazione gestibile, ergo anche se l’epidemia dovesse espandersi rapidamente, la mortalità dovrebbe attestarsi su parametri che sembrerebbero limitati. 

A oggi, virologi di fama internazionale, ritengono possa risultare più pericolosa una polmonite rispetto al virus cinese. 

Matteo Bassetti, professore ordinario di Malattie infettive, direttore della clinica Malattie infettive, Ospedale San Martino di Genova e presidente della Sita, afferma: “Stiamo assistendo a numeri limitati, con sporadici casi di trasmissione interumana al di fuori della Cina, soprattutto se li paragoniamo all’epidemia di un qualsiasi virus influenzale nel nostro paese, con milioni di casi da dicembre ad oggi. Se consideriamo l’impatto delle polmoniti che curiamo nei nostri ospedali. È opportuno ricordare che la polmonite batterica, prima causa di morte per malattie infettive nei paesi occidentali, provoca ogni anno 11.000 decessi solo in Italia e che nel nostro paese ogni anno circa 5.000 persone muoiono a causa di complicanze respiratorie da influenza”.

Dati scientifici che non frenano la paura, quel panico serpeggiante che ha eletto come “capro espiatorio” un determinato gruppo, ormai vastissimo e integrato in Europa, di persone di origine cinese. Individui tenuti a distanza, guardati con sospetto e persino vittime di aggressioni verbali, per il fatto stesso di essere cinesi. Senza neppure considerare che alcuni di essi, nati e cresciuti in Italia, la Cina l’hanno vista solo su Google maps.

Il risvolto più increscioso, per non dire crudele, non risparmia neppure i più piccoli. Nelle famigerate chat dei genitori, in questa landa desolata che è, ormai, il web, oltre a parlare di gite, feste ed epidemie di pediculosi, l’argomento principe è, da qualche giorno, il famigerato virus. Nelle classi dove sono presenti bambini cinesi, si è scatenata una spiacevole allerta. Un delirio ingiustificato, alimentato da bufale che si traducono in diffidenza, cattiverie ed esclusione, senza considerare che certe discriminazioni sui bambini piccoli possono lasciare un segno indelebile.

Dinnanzi alle catene e alle fake news più catastrofiste, bisognerebbe fermarsi a riflettere e a considerare solo i dati della realtà. Riuscire a mantenere una certa oggettività è la cosa migliore. 

Ogni volta che la paura ci sfugge di mano, si trasforma in un boomerang minaccioso che innesca un meccanismo perverso, di cui non ci rendiamo neppure conto. Ecco la genesi di ogni psicosi, che da individuale si trasforma in collettiva. 

Un meccanismo che, quando si estende a livello sociale, crea danni incalcolabili, falciando, senza scrupoli, ciò che ci rende umani e partecipi di una dimensione inclusiva, dove i problemi si affrontano, ragionando insieme. La preoccupazione può considerarsi legittima, ma quando il panico prende il sopravvento, tutte le situazioni che determinano un’oggettiva allerta, si trasformano in scenari catastrofici. Si assiste, purtroppo, a ciò che risulta essere la madre di tutti i pericoli e di tutte le incertezze: il torpore della ragione che genera i suoi mostri più subdoli.