PALERMO – 27 anni da quel tragico giorno è ancora vivo nella memoria di molti palermitani quel boato. L’esplosivo detonò alle 16.58 in via D’Amelio 19, nel momento in cui il giudice Paolo Borsellino si stava recando a casa di sua madre. Insieme a lui morirono anche gli agenti della scorta Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina.
Un giorno devastante per la Sicilia e per l’Italia, come tanti altri giorni addietro e che erano ancora da venire. Quel giorno era forte l’idea che insieme a Borsellino fosse morta la giustizia. Solo due mesi prima il giudice Giovanni Falcone, insieme alla sua scorta e a sua moglie, era stato fatto saltare in aria sull’autostrada all’altezza di Capaci.
Negli anni ’80 fece parte del pool antimafia, istituito da Rocco Chinnici, insieme al collega ed amico Falcone. Il suo impegno per combattere la mafia lo portò al sacrificio finale, cui lui comunque non si sottrasse. Già da tempo viveva sotto scorta, ma lo stato non riuscì a proteggerlo – né a salvaguardare gli agenti cui era stato affidato.
Nonostante gli scorni e la continua ricerca della verità che hanno caratterizzato questi 27 anni, due cose sono sicure: una è che la mafia esiste ancora, è in mezzo a noi e la sua presenza è tangibile; l’altra è che le idee di Paolo Borsellino camminano ancora con le gambe di tutti i siciliani onesti.
“Se la gioventù le negherà il consenso, anche l’onnipotente e misteriosa mafia svanirà come un incubo”.