Monreale, 24 novembre 2017 – Black Friday, una definizione dall’evidente natura esterofila, che, ormai, anche noi abbiamo sdoganato, abbinandola, nell’immaginario comune, al “fatidico e atteso venerdì dedicato agli acquisti”.
Un giorno X programmato, da trascorrere in uno stato quasi surreale, tra il bramoso e il delirante, brandendo il bancomat come una sorta di passe-partout delle meraviglie e della felicità. Un venerdì organizzato, designato e inteso quale sinonimo perfetto di solenne celebrazione dello shopping, di caccia inconsulta all’affare del secolo, di smodata maratona tra negozi e centri commerciali.
Ora, premetto, per onestà intellettuale, che chi scrive, non può sicuramente identificarsi come eroina martire di oculata saggezza o di esemplare parsimonia, ma che, al contrario, può beatamente collocarsi all’interno della seguente equazione, che esplicita più di tante parole: “sto allo shopping come i canditi stanno alla cassata”, evidenziando, quindi, la naturale propensione a tirare fuori il borsellino con una certa frequenza. Malgrado tale analogia esplicativa, chi sta cercando di captare la gentile attenzione del lettore, attraverso una blanda, quanto personale riflessione, nutre realmente non poche perplessità circa l’astuta e, per certi versi, subdola programmazione ad hoc, di quella serie di particolari “ricorrenze” esclusivamente votate a sua maestà “il consumismo”. Trattasi, in buona sostanza, di giorni “prescelti” per celebrare eventi o annunciare sconti sugli acquisti, che hanno l’esclusivo scopo di alimentare, non di rado anche compulsivamente, la furia consumistica che pervade orde di individui, esortandoli occultamente, sulla falsa riga di un’improbabile utopia del risparmio, a spendere e spandere, a volte anche oltre il limite della propria disponibilità, rischiando di trasformare il venerdì nero in venerdì in rosso. Il tutto in barba alla miseria, quella autentica, alla povertà, di cui giornalmente constatiamo l’angosciosa e capillare esistenza, in un delirio di compassionevole empatia, spesso, più social che reale.
Per giorni, prima del grande evento “black”, gli smartphone pullulano letteralmente di un tripudio di messaggi accattivanti, inviati dagli esercenti più conosciuti e frequentati della città, i quali paventano, con enfasi, ribassi mai realizzati e occasioni da non perdere…un vero e proprio martellamento continuo, impossibile da ignorare. I grandi brand dell’acquisto e del consumismo sono in pole position.
Si compra ovunque, perché il venerdì nero piomba, invadente, dappertutto: si compra online, nei centri commerciali, nelle grandi catene e per qualsiasi disparato bene. Può accadere anche l’impensabile: file interminabili, cassieri in burnout, gente in delirio, esseri umani con la bava alla bocca che aggrediscono fisicamente altri esseri umani che osano intralciare, anche solo sfiorandola, la loro estenuante corsa per arrivare primi, con l’unico scopo di alleggerire pesantemente la propria carta di credito sull’ennesimo, spesso superfluo, bene di consumo.
In questa dimensione irreale, si smarrisce il gusto autentico della scelta pensata e non indotta, dell’acquisto programmato perché necessario o semplicemente perché profondamente desiderato. Eppure, allo spiacevole risvolto della medaglia relativo alla spesa compulsiva, indotta dal tam tam pubblicitario, alla quale è da comparare, al contrario, l’acquisto ponderato, potrebbe maturare una nuova e impellente esigenza, quella di accodarsi al sempre maggiore numero di persone che rifiutano tali logiche e rivolgono il proprio interesse e il proprio buon senso verso modalità di acquisto più sobrie e funzionali, verso il riconoscimento dell’autentica qualità, verso il riciclo e il gusto per il reale risparmio, non solo di beni ma anche di risorse e di energie nel rispetto di tutte le realtà esistenti al mondo, di cui spesso ci accorgiamo solo quando intendiamo compiacerci, nel riempire, di ipocrita allure buonista, le nostre bacheche fb.
In questa realtà troppo “fast” per essere considerata autenticamente umana, spesso si corre alla cieca, ad acquistare l’accessorio alla moda che il “buon venerdì nero” ha permesso di ribassare al 30%, ma si ignorano gli occhi stanchi eppure cortesi e resilienti della commessa esausta, lo sguardo perso della mamma dimessa che non sa come mettere insieme il pranzo con la cena, le mani tremanti della vecchietta alla cassa del supermercato, che contano le monetine e che, alla fine, decidono di lasciare il pacco di biscotti dentro il carrello, perché i pochi spiccioli non le permettono l’acquisto di un qualcosa che non si configuri come essenziale.
In realtà, anche queste iniziative di puro e arido marketing, forse delineano ulteriormente la costante perdita di quella dimensione autentica della vita che nessun Black Friday può permettere di acquistare al ribasso: la bellezza, la libertà e la semplicità di un viaggio low cost a contatto con la natura, il mare al tramonto, un sole che splende, un amico che ci accoglie, il calore della famiglia, il tempo prezioso da dedicare alla lettura di un libro, ad una passeggiata o più semplicemente a noi stessi.