Monreale, 30 ottobre 2017 – L’Italia è uno dei paesi più vecchi dell’Ocse, ma sarà ancora più vecchio nei prossimi anni arrivando nel 2050 ad avere, ogni 100 che hanno tra i 20 e i 64 anni, altre 74 persone over 65.
E’ la fotografia scattata dall’Ocse nel suo Rapporto “Preventing Ageing Unequally” che segnala come i giovani italiani sono sempre di più intrappolati in lavori “non standard” e trovano difficoltà ad avere un lavoro stabile nel mercato. Il tasso di occupazione tra le persone tra i 55 e i 64 anni è cresciuto di 23 punti tra il 2000 e il 2016 mentre quello dei giovani è diminuito di 11 punti. I redditi di coloro che hanno tra i 60 e i 64 anni in Italia negli ultimi 30 anni sono cresciuti in media del 25% in più rispetto alla fascia di età tra i 30 e i 34 anni a fronte di un gap medio nei paesi Ocse nello stesso periodo del 13%. La povertà relativa in Italia è cresciuta per le generazioni giovani mentre è diminuita per gli anziani. Più nel dettaglio, il tasso di povertà nei Paesi Ocse è dell’11,4%, contro il 13,9% tra i giovani e il 10,6% tra i 66-75enni.
In Italia, secondo i dati dell’Ocse, le ineguaglianze tra i nati dopo il 1980 sono già maggiori di quelle sperimentate dai loro parenti alla stessa età. E, poiché “le diseguaglianze tendono ad aumentare durante la vita lavorativa, una maggiore disparità tra i giovani di oggi comporterà probabilmente una maggiore diseguaglianza fra i futuri pensionati, tenendo conto del forte legame che esiste tra ciò che si è guadagnato nel corso della vita lavorativa e i diritti pensionistici”. D’altra parte in Italia l‘ineguaglianza salariale nel corso della vita tende a trasformarsi in ineguaglianza previdenziale: nei paesi Ocse in media l’85% dell’ineguaglianza salariale si trasforma in ineguaglianza previdenziale, mentre in Italia questo rapporto percentuale è vicino al 100%. Secondo l’Ocse, gran parte della spiegazione di questo fenomeno risiede nella mancanza di una forte rete di sicurezza sociale. Per l’organizzazione di Parigi, in Italia, inoltre, “diverse riforme pensionistiche in passato hanno rafforzato il legame tra ciò che si è guadagnato nel corso della vita lavorativa e i diritti pensionistici. Per questo le ineguaglianze salariali accumulate nel corso della vita lavorativa si sono trasformate in ineguaglianze per i pensionati”.
Facendo un’analisi prettamente demografica, l’Italia è già uno dei paesi con più anziani nell’area dell’Ocse ma diventerà, nel 2050, il terzo paese con più anziani nel mondo dopo Giappone e Spagna. In Italia, infatti, ci saranno 74 persone over 65 anni per 100 persone in età compresa tra i 20 e i 64 anni rispetto a 38 contro 100 attualmente. Solo il Giappone (78%) e la Spagna (76%) precederanno il Belpaese. Altra forbice è quella tra i sessi: in Italia le donne percepiscono stipendi più bassi di oltre il 20% rispetto agli uomini. Non solo, sono spesso costrette a lasciare il mondo del lavoro per prendersi cura dei familiari. L’organizzazione di Parigi precisa che le donne percepiscono stipendi che sono di “oltre il 20% più bassi” di quelli degli uomini, e che nel nostro Paese la percentuale di persone oltre i 50 anni (in maggioranza donne) che si prende cura dei loro cari è del 13%, contro il 5% della Svezia.
A livello generale, l’Organizzazione parigina rileva che in due terzi dei 35 Paesi censiti crescono le ineguaglianze di reddito da una generazione all’altra. Tra le generazioni più giovani le ineguaglianze sono maggiori che tra quelle dei più anziani. In generale, nota l’Ocse, i redditi delle persone sono più alti di quelli della generazione precedente, ma questo non è più vero a partire dai nati a partire dal 1960 che tendono ad essere più poveri e meno tutelati rispetto a quelli nati un decennio prima.
Melania Federico