Il 15 giugno 1844 Pietro Leto, giardiniere monrealese appena trentenne, e sua moglie Caterina Puleo, ventottenne monrealese, muovono dalla loro casa in via del Gebbione (l’attuale via Torres) insieme Raffaele Granà e Gaetano Li Manni, «giornatieri» (lavoratori a giornata nelle campagne), entrambi quarantenni abitanti in via del Pozzillo sempre a Monreale. Tutti si dirigono verso il palazzo municipale dove li aspetta il sindaco pretore, notaio Michele Morello, per registrare la nascita, avvenuta il giorno prima 14 giugno, di un nuovo abitante della Rocca normanna. Nella stessa giornata, nella parrocchia della Cattedrale cittadina, s’impartisce al neonato il sacramento del Battesimo. Una scena come tante se ne sono viste nei secoli precedenti e come se ne vedranno pure in quelli successivi. Cosa la rende, invece, degna di memoria rispetto alle altre? Cosa, o chi, ci fa sovvenire alla memoria questi nomi luoghi e date? Quel lieto giorno di metà giugno segna una fondamentale tappa per la storia della Rocca normanna e per la storia dell’arte italiana di fine ottocento, per lo più accademicamente classificata come arte Verista: nasce Antonino Leto che diverrà, entro qualche decennio dal quel 14 giugno, il più grande artista contemporaneo monrealese e fra i primi in tutta la nazione italiana del suo tempo.
Bibliografia a noi contemporanea ce lo descrive come un giovanetto curioso e attento agli artisti che giungono a Monreale per ritrarre il complesso benedettino e la felice campagna dei dintorni. E’ facile immaginarlo mentre scala il monte Caputo, mentre si affaccia verso Palermo, ammirando il mare e la Conca d’Oro o mentre si perde incantato fra frondosi ulivi, luccicanti agrumeti e acque sorgive gorgoglianti e ammalianti che segnano tutto quanto l’agro monrealese del tempo (N. Giordano:1964). Il suo talento è talmente manifesto che uno zio sacerdote riesce a fargli ottenere un posto da studente presso il convitto dei Chierici rossi di Monreale ma finanziato dal comune di Monreale. Comune che, per gli anni a seguire, gli concede un tenue assegno mensile (sulla scorta di quanto già fatto per l’altro illustre pittore monrealese Salvatore Giaconia). Così, nell’ottobre 1862, l’allora Consiglio civico destina dei fondi per tre giovani concittadini. Pertanto gli vengono pagati gli studi presso l’Istitutito degli Artigianelli di Palermo per «così riuscire dei buoni artisti». Fra i nomi dei beneficiati si ritrova quello di Leto appena diciottenne (ASCM, Reg. 99, p.138). Tuttavia non è l’avviamento ai lavori utili che sta a cuore a questi ragazzi e così, nell’aprile 1863, i «giovanetti».
Modica e Leto, pittori, e Di Giovanni, scultore, inoltrano richiesta al comune per convertire il benefecio economico. I tre desiderano convertire il sussidio di studio con il mantenimento presso gli ateliers «di valenti artisti palermitani», ognuno secondo la propria arte e inclinazione «allo scopo di incoraggiarli a studiare le belle arti». Quindi, essendo cura dell’Istituzione pubblica, secondo le idee del tempo, il benessere sociale economico e spirituale del cittadino, il Consiglio approva la richiesta (ASCM, Reg. 100, p. 30 e p. 103). Come sono lontani e nostalgici i tempi in cui s’incoraggiavano i giovani allo studio delle Belle Arti e delle Scienze Umane, oggi relegate e sbeffeggiate dalla società del consumo e della bruttezza. L’anno successivo, 1864, ancora, i tre giovani artisti chiedono l’aumento dell’assegno già accordatogli in precedenza in quanto troppo tenue per consentirgli di proseguire in libertà i loro studi artistici. La richiesta è corredata da una lettera del prof. Delisi, insigne scultore palermitano maestro degli eccelsi scultori Antonio Ugo e Benedetto Civiletti, che stante la «tenuità» degli assegni perora la loro causa. In questa occasione gli artisti donano ognuno un saggio della loro opera al Comune (senza purtroppo che ci sia lasciata nessuna indicazione sulle opere). Allora, «considerando che una delle principali cure dei Municipi si è quella di incoraggiare i Comunisti ed agevolarli nello sviluppo degli ingegni, e delle loro tendenze», oltre aver constatato l’inadeguatezza del sussidio economico per vivere al di fuori Monreale, a voti unanimi il Consiglio approva l’aumento (ASCM, Reg. 101, p. 117). A quanto pare Leto è il più tenace fra i tre, non demordendo dalle sue richieste e ancora una testimonianza d’archivio ce ne dà conto. In una lettera autografa, scritta in bella prosa, poichè il suo era un genio assai versatile nelle Arti umanistiche, perora la sua causa e c’informa che egli mostrerà un’opera che sta per ultimare in cui è racchiuso il suo amore per «le belle arti e per il suo paese natio». Soprattutto questa lettera ci anticipa la sua intenzione di voler emigrare verso nuovi lidi per approfondire e migliorare la sua arte di pittore (ASCM, B. 474, pos. 6). Nello stretto giro di un mese Leto e Di Giovanni sono ormai consapevoli di esser pronti al salto di qualità e chiedono ancora l’aumento del sussidio comunale per potersi «perfezionare nelle arti suddette, recandosi in una delle più cospicue Città del continente italiano». L’aumento è accordato visti i loro progressi e l’assidua frequenza nell’apprendistato. I due portano a testimonianza del loro lavoro un saggio ciascuno, «testè donati al Municipio e rappresentanti il primo una prospettiva con le varianti di una catena di monti con Custello, pianura e mare, e il secondo una statua in gesso dell’insigne monreale Pietro Novelli, con naturali e ammirevoli mosse, che oggi adornano le Aule del Palazzo Municipale». Al Consiglio appaiono giuste e fondate le esigenze di studio dei due; tuttavia le ristrettezze economiche cittadine non consentono di accondiscendere alla richiesta, posticipandola ad un futuro bilancio (ASCM, Reg. 102, p. 283). Trascorrono alcuni anni senza avere più notizie di Leto, quando nel 1872 riconoscente al Municipio per i benefici avuti per il mantenimento agli studi, «dona un quadro parto del suo pennello, rappresentante il Fiume Anapo». Il Consiglio contraccambia con una giusta ricompensa di £ 1.000 per «continuare nella nobile intrapresa carriera» (ASCM, Reg. 105, p. 236). L’ultimo breve ritorno a Monreale sarà nel 1910 dopo circa trenta anni di assenza. Ormai assai compromesso dalla malattia muore il 31 maggio 1913 nella sua adorata isola di Capri che tanto lo ispirò nella sua magnifica Pittura. Tirando le somme il comune di Monreale dovrebbe esser proprietario e custode di tre quadri dipinti dal Leto. Allo stato attuale solo “l’Anapo” si trova custodito nella sala Rossa del municipio, la seconda opera si trova all’interno del circolo di cultura Italia sottostante il palazzo comunale mentre la terza è irreperibile. Da un registro d’inventario di beni del Comune, 1941-1942, apprendiamo che nel «salone podestarile» esiste un quadro ad acquarello di un autore il cui nome appare purtroppo illegibile mentre ella stanza del Segretario capo esiste un «grande quadro ad olio del pittore Leto» (ASCM, Reg. 287).
Le carte d’archivio custodiscono anche le memorie del monumento commerativo dedicato al pittore Leto (ASCM, B. 871, pos. 5). Nei primi anni Venti del Novecento, il direttore del quotidiano politico “L’Ora”, cav. Nino Sofia, commissiona al prof. Benedetto Delisi, omonimo nipote del mentore del giovane Leto, una stele commemorativa a lui dedicata con l’intenzione di donarla al comune di Monreale essendo questo il luogo naturalmente deputato ad ospitarla. Ancora nel luglio 1927 la stele si trova in potere del Sofia quando una lunga lista di cittadini monrealesi invita il Podestà di Monreale, Carlo Sicuro, a far trasportare la stele a Monreale e a posizionarla nella villetta di piazza V.E. cosa che avverrà nel 1928. Nel 1938 il comune si rivolge alla ditta Scaglione di Palermo per posizionare la stele su una base di pietra calcarea di Billiemi, lucidata a specchio, e per trasportare il monumento così composto nella villa comunale (ASCM, B. 871, pos. 2). Le attuali sorti del monumento commemorativo, stele più basamento, sono purtroppo note: scomparso in circostanze non ancora determinate chiaramente.
Roberto Cervello, Antonino Corso